Era il 27 gennaio e come tutti i giorni ci siamo alzati dal letto per andare a scuola.

Quel giorno c’erano le nuvole, il sole era oscurato.

Risultati immagini per Liliana segreAl telegiornale si ricordava un fatto che riguardava la seconda guerra mondiale, un omaggio a tutti gli ebrei sterminati in quella guerra di carneficina e odio.

Suona la campanella tutti gli studenti sorpassano la porta trasparente della scuola, si puliscono i  piedi pieni di terra nel tappetino scuro e all’impressione ruvido, ripongono i cellulari nella tasca del giubbotto ed entrano.

Entrati a scuola ci sistemiamo nei punti di incontro della classe (2D), i ragazzi parlano fra loro, ridono o salgono le scale accompagnati dai professori. Quel giorno vediamo la prof. Bernasconi in lontananza, aveva i soliti  occhiali rossi al collo e tante borse piene di idee. Ci accompagna in classe; saliamo le scale azzurrine, uno dietro l’altro. Arrivati al piano superiore ci disperdiamo, come se tutto quell’ordine fosse confusione. Entriamo in classe, tutto normale, forse era l’atmosfera diversa. Ci dirigiamo verso i banchi e prendiamo posto a sedere.

La prof. digita qualcosa sulla tastiera del computer, muove il mouse con attenzione. CLICK. S alza in piedi, cerca il telecomando per accendere la lim. La lim inizia lentamente a schiarirsi, e con lei iniziano a schiarirsi anche le nostre idee.

D’un tratto sentiamo una musica, parole non italiane, ma in una  lingua straniera, per esattamente tre minuti rimaniamo fermi ad ascoltarla. Tre minuti dopo la professoressa Bernasconi spiegava che la canzone che avevamo ascoltato si chiamava Avinu Malekeinu, era una preghiera che gli Ebrei recitavano, era come una protezione per loro.

La nostra giornata era iniziata così ed eravamo sicuri che sarebbe finita così.

Era il 27 gennaio Giorno della Memoria.

All’improvviso la prof. dice che Liliana Segre sarà in diretta sul sito di  un giornale, ovviamente online, mentre parla agli studenti milanesi.  Siamo tutti seduti, ognuno al proprio posto, si aggiunge anche un’ altra classe con noi, siamo tutti stretti, con la testa pensierosa; immaginandoci  la storia, di una ragazza che affronta il peggio. L’immagine inizia schiarirsi, l’immagine ancora sfuocata fa intravedere una vecchia signora seduta su una sedia rossa, una scrivania davanti a lei, un bicchiere d’acqua e qualche foglio sparpagliato.

Aveva degli occhi che racchiudevano dolore  e disperazione, ma anche gioia. Il tutto nascosto dietro degli occhiali. Aveva dei capelli arricciati su se stessi, tutti biondi, era vestita elegantemente. Comincia a parlare, piano, lentamente, con voce pacata. Prima di raccontare la sua storia si immaginava come nostra  nonna, la nostra nonna virtuale; che quella mattina ci avrebbe raccontato la sua storia, la storia che ha raccontato un milione di volte. Dopo cinque minuti ci accorgiamo che la sua infanzia è uguale alla  nostra, ovviamente prima della guerra, quella guerra che non ha avuto pietà per nessuno nemmeno di una ragazza normale, con dei sogni e delle speranze.  Ci accorgiamo che dice più volte la parola PERCHE’, PERCHE’, PERCHE; ed era l’unica domanda che tutti si facevano a quei tempi. La storia continua, più andava avanti e più la storia diventava tragica.

Stop.

La storia finisce.

Ci asciughiamo gli occhi con le mani.

La nostra giornata della memoria finisce così, siamo diventati più grandi e più responsabili.

Non faremo accadere di nuovo tutto questo.

 

Francesca e Thinari