La Bottega Orafa di Palazzo Nuonno

                            Interno della Bottega Orafa

Il prezioso manoscritto “Statuta et Capitula Terre Angloni”(depositato nella Biblioteca Emidiana) racconta che anche in Agnone vi era la Corporazione degli orafi con le sue norme. Quindi, già dal 1400 l’arte orafa era florida, influenzata dalla scuola di Nicola di Guardiagrele che ebbe qui diversi allievi. Il più noto di essi è Giovanni d’Agnone, a cui viene attribuito l’ostensorio di San Marco. La fama dell’oreficeria agnonese ha riempito di capolavori d’oro e d’argento chiese e corredi di Agnone, ma anche quelle delle regioni vicine al Molise. Con i lavori di filigrana divennero famose le botteghe degli Onofrio, dei Camperchioli, dei Carlomagno, dei Di Primio e di molti altri maestri. Con l’avanzare del Novecento gli orafi e gli argentieri ridussero le loro attività. Nel 1912 in Agnone c’erano ancora dodici botteghe orafe.Purtroppo,molti artigiani orafi espatriarono e, pian piano, si verificò uno scarso aggiornamento tecnico; ben presto gli orafi rimasti in Agnone non riuscirono a tener testa alla concorrenza dei distretti orafi del centro nord. L’ultima bottega orafa fu quella situata nel Palazzo Nuonno, rimasta aperta fino al 1968, grazie a Ruggero Carlomagno.

                                                              Matteo Gigliozzi

Palazzo Nuonno

  Situato sul lato destro di Corso Garibaldi, Palazzo Nuonno (o dei Conti  Minutolo) è un edificio che presenta un forte influsso veneto, con la finestra bifora, il leone in pietra che regge lo stemma della famiglia e la bottega  orafa ad esso annessa.
Fu costruito tra il 1100 e 1200 ed è di proprietà del Comune. Non è più abitato da anni, anche a causa di presunti fenomeni paranormali che sarebbero accaduti al suo interno.

                                                                                         Francesco Fantilli

La casa del Baglivo

 

                   Finestra della Casa del Baglivo

La casa del Baglivo è situata a pochi metri dal Belvedere Ripa. Il Baglivo era la figura istituita in Agnone con la concessione del diritto della bagliva fatta dal re Alfonso Aragona nel 1443. Il Baglivo era un magistrato che amministrava la giustizia per conto del re; veniva eletto per un anno tra i cittadini che vivevano fuori di Agnone. La finestra in pietra travertina presenta un disegno di architettura del periodo aragonese.

                                           Matteo Di Pasquo

Pubblicazione Progetto “Agnone, un blog di storia”

Carissimi amici ed amiche del blog,

dal mese di settembre 2014 state seguendo l’iter del nostro Progetto “Agnone, un blog di storia”, che vede coinvolta la classe quinta del plesso “San Marco”.  I vari articoli hanno accolto le ricerche ed i commenti degli alunni, che hanno collaborato con impegno ed entusiasmo, animando il blog e divenendo…dei veri blogger!

Un ipertesto con PowerPoint mostra l’intenso lavoro di ricerca e partecipazione condotto fin qui dai bambini della classe quinta: questo prodotto ipetestuale è visibile al seguente  link . Speriamo vi piaccia!

                       Panorama di Agnone

 

Piazza Plebiscito

 

E’ la piazza principale del centro storico, verso cui confluiscono sette strade, che partono da altrettante zone del borgo antico, delineando un suggestivo reticolo di vie storiche. Nella piazza domina una caratteristica fontana marmorea risalente al 1881, realizzata per celebrare la costruzione del primo acquedotto urbano agnonese.

                                   Tomolo

 E’ stata luogo del mercato, del potere e della giustizia e fino al 1860 fu chiamata “Piazza del Tomolo” per la presenza, quasi al centro di essa, di un parallelepipedo in pietra denominato” Ru Tumbre” cioè il Tomolo. Era questa l’antica unità di misura di peso (oltre che di estensione) utilizzata per il grano. Ricavata da un unico blocco di roccia datato 1455, la “Pietra del Tomolo” presentava tre cavità alla sommità della pietra che rappresentavano tre diverse misure di peso: “Mezzitte”, “Quarta” e “Misura” corrispondenti rispettivamente agli attuali 22 Kg,12 Kg e 1,750 Kg di grano. Un tomolo di grano corrispondeva a circa 44 Kg , sufficienti per seminare un tomolo di terreno (circa 3000 mq). La Pietra del Tomolo è oggi conservata presso il deposito attiguo alla Biblioteca Emidiana. La piazza ha assunto l’odierno nome dopo il Plebiscito con il quale gli agnonesi aderirono all’Italia unita, che qui si svolse il 12 ottobre 1860.

Francesco Fantilli e Matteo Gigliozzi

La ‘Ndocciata di Agnone

Le radici della tradizione risalgono all’epoca romana, al tempo della tribù del Sannio; i Sanniti usavano ‘ndocce come fonte di luce durante gli spostamenti tribali che si verificavano durante la notte. La tradizione da allora, dopo il XVIII secolo, è stata tramandata dai contadini che cercavano di illuminare il percorso dei vari quartieri per raggiungere le numerose chiese nella notte di Natale. Ulteriori differenti credenze sono state accostate alla ‘Ndocciata nel corso degli anni; per esempio, se il vento soffiava da nord durante i falò ci si aspettava un buon anno. Durante il Medioevo, si credeva, inoltre, che il fuoco aiutasse ad allontanare le streghe,mentre secondo altri studi, questo rito era legato ad antichi riti della rinascita della luce, collegati al solstizio d’inverno.

Le “‘ndocce” (torce) hanno una forma a “ventaglio” (raggiera) e sono fatte utilizzando l’abete bianco reperito nel bosco di Montecastelbarone; vi possono essere torce singole o multiple, che arrivano fino a 24 fuochi. Le contrade di Agnone che partecipano alla ‘ndocciata sono cinque (Capammonde e Capabballe, Colle Sente, Guastra, Sant’Onofrio, San Quirico) e le file sono costituite ognuna da centinaia di portatori di torce vestiti in abiti tradizionali (cappe), che sfilano per il corso principale del paese illuminandolo con una lunga scia di fuoco. Vi sono cori ed esibizioni di zampognari per le vie di Agnone, oltre a competizioni per stabilire quale sia la più grande e la più bella “‘ndoccia”. La processione si conclude con un falò chiamato “Falò della Fratellanza” in Via De Gasperi.

Altre interessanti notizie sulla ‘ndocciata sono in questa cartella !

Emiliana, Letizia e Mariarita alla 'ndocciata

                  Emiliana, Letizia e Mariarita alla ‘ndocciata

La Pontificia Fonderia Marinelli

                               Pontificia Fonderia  Marinelli

La raffinata tecnica di fondere il bronzo è molto antica sul territorio di Agnone, come testimoniano i ritrovamenti di oggetti e sculture nell’area di Pietrabbondante e Staffoli ma anche della Tavola Osca. Già nel IX secolo Agnone era affermata come ricca città conventuale e monastica: probabilmente in questo ambiente ecclesiastico si è perfezionata l’arte della fusione. E’ noto che in quel tempo erano gli stessi monaci a fondere le campane e probabilmente  l’abilità di qualcuno di loro era richiesta nei paesi vicini  e lontani.

La prima campana firmata Nicodemus Marinelli Campanarus è datata 1339. Dal medioevo, quindi, si tramanda di padre in figlio l’arte della fusione delle campane. Da  30 generazioni  infatti, ad Agnone, i Marinelli fondono campane per campanili famosi e sconosciuti,come accade a Capo Nord, in Giappone, sul monte Sinai, a Nazaret, anche sul campanile più famoso del mondo: la Torre di Pisa.

La tecnica di fusione delle campane è la stessa di allora. I tempi di lavorazione e i materiali sono gli stessi dal Medioevo.Ogni campana è unica e irripetibile: al momento della colata, il bronzo fuso riceve la benedizione di un prete e le preghiere di chi assiste commosso alla fusione. Per questo le campane sono ritenute oggetti sacri.

Nel 1800 la fonderia Marinelli era molto produttiva e godeva di grande notorietà anche all’estero. Negli anni successivi all’Unità d’Italia rappresentava la Nazione nelle mostre internazionali e nel 1862 a Londra, per l’Esposizione Universale dove era in mostra con un concerto di 12 campane suonate a tastiera, ricevette grandi encomi e una Medaglia d ‘Oro con Diploma d’Onore da re Vittorio Emanuele II.

Durante la II Guerra mondiale la fonderia fu obbligata a cessare ogni attività produttiva, poichè il palazzo della famiglia Marinelli venne scelto come Quartier Generale del Comando tedesco. In quegli anni su ogni campanile poteva rimanere solo una campana, le altre venivano requisite per farne strumenti di guerra. Il ritorno dal fronte del giovane, intraprendente Pasquale, a fine guerra, risollevò le sorti della piccola fabbrica che riprese una grande attività. Nonostante un devastante incendio che nel 1950 costrinse il trasferimento urgente e frettoloso della fonderia nella periferia del paese, il lavoro riprese abbondante ed incessante. I due fratelli Pasquale, dedito al ruolo amministrativo, ed Ettore, dedito a quello artistico con passione, sacrificio e coraggio hanno proseguito l’arte degli avi.

Attualmente la Pontificia fonderia Marinelli, gestita dai fratelli Armando e Pasquale, prosegue la sua tradizionale attività produttiva alla quale si è aggiunta, dal 1997, l’ attività divulgativa con la creazione del Museo Storico della Campana, dedicato a papa Giovanni Paolo II, il Papa Santo che il 19 marzo del 1995 visitò l’antica bottega.

                                                                 Diego Marinelli

 

L’eco della Tavola Osca

Ettore Marinelli scultore

          Ettore Marinelli scultore

Grazie ad un rinnovato interesse verso gli studi linguistici, alla fine  degli anni ’60 alcuni storici agnonesi proposero a Pasquale Marinelli di riprodurre la Tavola Osca. Nel 1971 suo fratello Ettore s’impegnò a realizzarne una copia utilizzando ingrandimenti fotografici dell’originale. Le tavole poi prodotte hanno un alto valore artigianale ed artistico, per la fine sensibilità dello scultore. Alcune di queste riproduzioni furono distribuite a studiosi ed enti. Da oltre 20 anni, infatti, le copie della Tavola osca sono riprodotte dal calco in gesso dell’originale richiesto dal Comune di Agnone: sono dunque pressochè identiche alla Tavola esposta al Museo britannico di Londra.

Non solo, ma la Tavola osca occupa un posto privilegiato nel Museo Internazionale della Campana “Giovanni Paolo II”, poiché ad essa è stata dedicata la maestosa porta di bronzo che riproduce la gigantografia dell’iscrizione.

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                                                                           Diego Marinelli

La Tavola Osca

La Tavola Osca presso il British Museum (foto di D. Marinelli)

La Tavola Osca presso il British Museum di Londra         (foto di D. Marinelli)

Tra i reperti ritrovati  nell’Alto Molise, la Tavola Osca rappresenta un importantissimo documento, che consente di comprendere la religione dei Sanniti in Italia dal IV al I sec. a. C. e di apprezzare la loro lingua, quella Osca. Chiamata anche Tavola di Agnone, venne scoperta in uno scavo occasionale del marzo 1948 da un contadino, Pietro Tisone, presso la fonte del Romito a Capracotta. Il proprietario del fondo, Giangregorio Falcone, la vendette all’orefice agnonese Vincenzo Paolo D’Onofrio. Nel 1867 la Tavola giunse presso l’antiquario romano Alessandro Castellani, che la vendette a Charles Thomas Newton, Direttore del British Museum di Londra.

E’ una tavoletta di bronzo, delle dimensioni di centimetri 28×16,5, che porta l’iscrizione osca in entrambe le facciate, munita di una maniglia. Considerato la chiave di volta della civiltà osca, fin dall’ottobre 1848 ne fu data una prima lettura da un medico agnonese, appassionato di archeologia, Francesco Saverio Cremonese; seguirono ben presto gli studi di linguisti come Mommsen, Devoto, Vetter.

Le iscrizioni sulla tavola, ben leggibili e incise profondamente, sono poste su ambedue le facciate. La prima contiene 25 righe e la seconda 23 righe.

Il testo menziona diciassette divinità e ci dimostra la tendenza dei Sanniti alla polilatria, cioè all’uso di uno stesso luogo per il culto di più divinità. Tutte le divinità hanno un nesso con l’agricoltura, il raccolto ed i frutti della terra.

La faccia A  tratta di un recinto sacro, un santuario dedicato a Cerere, dove si svolgevano cerimonie religiose. Nella faccia B  viene precisato che al recinto appartengono i 15 altari dedicati alle divinità che vengono venerate all’interno del santuario e che il santuario appartiene a coloro che pagano la decima. Infatti, il luogo dove fu ritrovata la tavoletta era dedicato a Kerres (Cerere) ed i fedeli pagavano una decima per la sua cura. Si svolgevano 19 processioni sacre per le divinità in periodi ben definiti.

Si può affermare che con la Tavola Osca inizia la tradizione di fondere oggetti in bronzo richiesti per il culto degli dei, tradizione che giungerà sino ai nostri giorni.

 

Chiesa Santa Maria della Maiella

Chiesa S. Maria della Maiella

Chiesa antica e importante legata nelle origini al francescanesimo e poi a San Pietro Celestino. Nata come Chiesa rurale con la facciata rivolta verso la città, fu eretta nei primi decenni del 1200 e consacrata nel 1232; di proprietà dei Frati Minori dell’Ordine francescano entrò nel possesso del Convento di Santa Chiara di Isernia.

Nel 1292 la Chiesa fu ceduta a frate Pietro del Morrone, il futuro papa Celestino V, che qui volle erigere uno dei Conventi del suo ordine. Nacque così il “Monastero Santa Maria della Maiella di Agnone”. L’appellativo “di Maiella” viene dal nome del monte caro alla vita eremitica del fondatore. Durante la peste del 1656 la Chiesa fu adibita a Lazzaretto. Vi si venera la Madonna della Libera con festa il 7 e 8 settembre di ogni anno.

                                                                 Alice Gualdieri

La Grotta del Diavolo

Ingresso della Grotta del Diavolo

Il direttore della Biblioteca Nicola Mastronardi ci ha incuriosito molto raccontandoci la leggenda della Grotta del Diavolo. Sul monte San Nicola, tra Agnone e Capracotta, a circa 1500 metri di altitudine, si apre una grotta famosa per la leggenda che la riguarda. Eccola! Si racconta che nella grotta c’erano grandi ricchezze custodite dal diavolo, che non lasciava avvicinare nessuno. Tre giovani entrarono nella grotta ed arrivarono dov’era il tesoro, mentre il Diavolo dormiva. Ad un tratto, uno dei giovani, impaurito, disse: “Madonna mia, aiutami!”. Il Diavolo balzò in piedi, ruggì e i tre giovani furono sbalzati lontano: uno sulla punta del Matese, un altro sulle cime della Maiella e il terzo si ritrovò sul Macerone.

                                                        Luigi Di Primio

Chiesa S. Giacomo apostolo

La chiesa di San Giacomo Apostolo fu costruita nel corso del secolo XVI. E’ denominata anche della SS. Trinità dall’ Arciconfraternita omonima che vi stabilì la propria sede.

La chiesa di San Giacomo è ad una sola navata; interessante è il coro in alto sull’altare principale, protetto da un graticolato di manifattura simile a quello di Santa Chiara. La chiesa accoglie anche la statua lignea dell’Immacolata e quella di Sant’Alfonso de’ Liguori, autore della famosa canzone natalizia “Tu scendi dalle stelle”. Interessanti sono anche l’organo, l’ostensorio, le decorazioni degli altari e la forma del campanile.

La statua lignea della Vergine Incoronata è collocata al centro dell’artistico coro che domina l’altare maggiore, seduta sull’albero, venerata in passato dal mondo contadino che per secoli ha praticato pellegrinaggi verso il Santuario della Madonna Incoronata di Foggia.

L’intero corpo di fabbrica è tutt’uno con la Chiesa dell’Annunziata ed il Convento dei Padri Filippini.   ( Luca Di Zanno )

     Chiesa S. Giacomo Apostolo (o della SS. Trinità)