Storie Robotiche [sec. primo grado 1^ C]

ROBOT GIUBOTTINO 2°

Una volta l’uomo aveva bisogno di aiuto nel lavoro e nella casa, necessità che qualcuno lo aiutasse, ormai le altre persone non erano disponibili e girava la voce che, siccome c’era troppo inquinamento e la natura non riusciva a resistere, il mondo sarebbe finito nel giro di due anni, l’umanità stava per scomparire. A migliorare il mondo ci stava pensando lo scienziato Giubottino costruendo degli esseri in grado di resistere a tutto e obbedire ai comandi. Vennero chiamati Robot Giubottino 2° e distribuiti in ogni casa del mondo. Naturalmente arrivò anche in casa Pennetta dove era appena nata Carlotta. Carlotta venne cresciuta con l’aiuto dei genitori, ma soprattutto con l’aiuto di Robot. La prima parola che disse fu proprio “Bobot Ubottino” (Robot Giubottino). Ormai Carlotta è crescita ed ha 8 anni, ancora ricorda quando aveva bisogno dell’aiuto di Bobot per fare i compiti. Ormai lo chiama Bobot, si è molto affezionata a lui ed ogni sera si addormenta ascoltando la storia della sua invenzione. Ora il mondo è migliorato tantissimo: aiuto in casa, nel lavoro, meno inquinamento, i robot non servono più, ma sono diventati i migliori amici dell’uomo ed è solo grazie a loro se siamo ancora vivi. Da anni, però, è proibito far vedere la TV a tutti i Robot Giubottini 2°, nessuno ha mai capito perché, tutti tranne lo scienziato Giubottino, naturalmente. All’inizio tutti si ponevano la domanda, ma ora sembra che a nessuno importi. L’altro giorno siamo andate io e Carlotta a chiederlo allo scienziato, ormai morente. Gli abbiamo posto la domanda che ormai più nessuno si poneva: “Perché non si può far vedere la televisione a tutti i Giubottini 2°?”. Un momento di silenzio calò nella stanza, poi rispose: “Ragazze, se volete potete sperimentarlo voi stesse nel mio laboratorio, ma state attente, dopo un paio d’ore accadrà qualcosa di brutto, stategli alla larga per sempre. Le chiavi sono qui in questo comodino nell’ultimo cassetto, insieme alle chiavi troverete un biglietto, scritto per essere letto nel momento in cui qualcuno si interessasse alla questione come voi”. Detto questo morì. Noi ci affrettammo a trovare nell’ultimo cassetto ciò che desideravamo. Lo trovammo. Non era proprio un mazzo di chiavi, c’era solo una chiave attaccata ad un portachiavi che rappresentava proprio il Robot. Presi la lettera e la lessi ad alta voce, diceva: “A coloro che si interessano di scoprire i lati brutti di Robot Giubottino 2°. Prendete queste chiavi, aprite il laboratorio (ultima stanza in fondo al corridoio), lì troverete i robot ed un TV, sperimentate voi stessi cosa accade, ma state attenti dopo due ore, stategli lontano e quando riuscirete ad acchiapparlo con un retino, quello si spegnerà. Scienziato Giubottino” A quel punto chiesi a Carlotta: “Sei pronta?”, lei mi rispose con aria coraggiosa: “Si, sono pronta a sapere ciò che può succedere”. Corremmo infondo al corridoio e ci trovammo di fronte un’antica porta color marrone-scuro. Infilai la chiave e lentamente la girai, quando finalmente la porta si aprì. Il laboratorio era molto spazioso con tre librerie disposte ai tre angoli della stanza, carichi di libri, un angolo era occupato da una scatola contenente tredici Robot Giubottini 2°. Al cento della stanza c’era un lungo tavolo con sopra una mascherina, una pinzetta, un computer, un telescopio, un provetta. Di fronte al tavolo c’era la televisione con il telecomando. Presi un robot, mentre Carlotta accendeva la TV e lo mettemmo davanti, uscimmo e chiudemmo a chiave. Eravamo sedute nel salone, siamo state un’ora e mezza senza fiatare, fin quando un rumore ruppe il silenzio. Il rumore di qualcosa che cadeva. Ansiosamente aprii la porta, era caduta la TV, Bobot si muoveva agitato per tutta la stanza, si rovesciò anche una libreria e dietro trovammo il retino per catturarlo, ma stava dall’altra parte della stanza. Coraggiosamente feci una corsa ma Bobot mi spinse, caddi e mi feci male al polso, mentre Carlotta aveva già afferrato il retino. Con tutta la voce che avevo strillai: “Carlotta dallo a me il retino!”. Carlotta obbedì, ma quando meno se lo aspettava inciampò sul tavolo, non riusciva più ad alzarsi e piangeva dal dolore. Quando finalmente riuscì ad acchiapparlo, corsi da Carlotta me la misi sulle spalle e corsi fuori, la misi in macchina e corsi a casa. Raccontai tutto a mamma che ci portò all’ospedale. A me fasciarono un polso, a Carlotta ingessarono una gamba. Ora siamo tutte e due nel letto a vedere la TV, naturalmente senza Bobot, abbiamo deciso di spegnerlo per sempre. Carlotta continua a ripetermi:”Angela, come avrei fatto senza di te? Io ti adoro”. Naturalmente anche io l’ adoro, è una sorella fantastica.

Guastaferro Sara 1°C

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