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Dalla IVB della Franceschi ci arriva questo racconto di fantasia. Buona lettura.

La morte dell’ultimo drago.

Un tempo in una città dove pioveva sempre che si chiamava Nosole c’era un principe che viveva in un castello. Si chiamava Marco, era alto, snello e di solito si vestiva con camicia e pantaloni a righe. Read the rest of this entry »

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La IVB della scuola Franceschi, che avremo occasione di rileggere presto, ci invia due bei racconti di paura. Infilatevi sotto le coperte, accendete le torce… via!

UN INCUBO SPAVENTOSO

Era una sera buia e tempestosa, io non riuscivo ad addormentarmi; sotto le coperte mi rigiravo in continuazione. Ad un cero punto vidi un’ombra e pensai che, addormentandomi, non l’avrei più vista. Ma non fu così! Ora infatti vi racconterò il mio sogno che è stato veramente terribile. Read the rest of this entry »

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Vi mancano l’estate, il caldo e il mare? Bene. Ecco un articolo dalla IVC della scuola Oberdan che ci porterà su un’isola tropicale. Lo lascio descrivere a loro.

Noi alunni della IV C stiamo lavorando sui vari tipi di testi e ci piacerebbe pubblicare su questo blog il testo scritto da una nostra compagna: W LA IV C !

LA MIA AVVENTURA

Ero su una barca girando dalle parti dei “Tropici”. Un giorno il mare era agitato e pioveva: una vera e propria burrasca. Avevo molto sonno e andai a letto…….

…….! La sera mi ritrovai naufragata su un’isola deserta. All’inizio me la diedi per vinta. Poi vedendo che calava la notte e sarebbe stato pericoloso restare sulla spiaggia – per gli animali che vivevano sull’isola e perché la marea si sarebbe alzata – mi diedi da fare.

Per dormire, quindi, dovevo stare in alto e di alto lì c’erano solo grandi palme dalla chioma ampia.

Insieme a me, sulla spiaggia, c’erano delle funi, due coperte stracciate ed un barile. Cercai la palma più grande e salendo sul barile cercai di arrampicarmi lungo il tronco.

La palma era una pianta di cocco, io ero affamata, ne buttai giù uno, scesi dalla pianta e con una pietra appuntita ruppi il guscio, ne bevvi il latte, e ne mangia la polpa. Mmmh…, che bontà!

Legai insieme dei legni e vi distesi una coperta sopra, formando una piattaforma che fissai in cima all’albero che avevo scelto. Incastrai tra i rami della palma dei paletti e sopra ci poggiai una tettoia che avevo costruito legando insieme altri bastoni.

Mi distesi sulla piattaforma e mi addormentai in un sonno profondo.

Il mattino dopo mi svegliai e rimasi incantata dal panorama che vidi: il mare calmo e limpido era circondato dall’isola, verde per la folta vegetazione. I gabbiani volavano e il sole ancora pallido illuminava l’isola rendendola bellissima.

Scesa dalla palma cercai tra gli scogli, dall’altra parte dell’isola, cozze e gamberetti. Accesi un bel fuoco e mi cominciai a costruire delle pinne con delle foglie larghe di palma.

Mi buttai nell’acqua, pesci argentati brillavano dappertutto e le alghe ti facevano il solletico sotto la pancia.

Tra le alghe c’erano delle grandissime conchiglie vuote, ne presi qualcuna e tornai a riva.

Ravvivai il fuoco, poi attorno alla brace piantai nella sabbia quattro paletti. Sopra ci poggiai una grata di legno a buchi larghi, abbastanza alta dal fuoco per evitare che si bruciasse. Tra i buchi infilai le grosse conchiglie che, usandole come pentole, avevo riempito con acqua e molluschi lasciandoli cuocere.

Mentre preparavo il pranzo, vicino a me, si posò una strana specie di pappagallo che iniziò a fare il suo verso. Era un pappagallo in miniatura dalle piume rosse e gialle e dallo strano verso; lo tenni con me e gli diedi il nome di Cate.

Continuai a vivere in questo modo per alcuni giorni, facendo passeggiate sull’isola e immersioni finché non ne potei più: volevo tornare a casa.

Costruì allora delle grandi lettere in legno che poggiai sulla spiaggia.

Passò molto tempo e continuai a sopravvivere di cocco, avocadi, molluschi e della compagnia del mio amico Cate.

Un giorno vidi un aereo che veniva verso la mia isola: «….si!» pensai, «mi vengono a prendere!».

Finalmente atterrò vicino a me. Il pilota era un tale Schennodh, che mi invitò a salire.

Non era poi così male quell’isola, era stata un’esperienza fantastica.

Volevo portare Cate con me, ma poi pensai che sarebbe stato meglio che fosse rimasto nel suo habitat naturale.

Quando l’aereo partì guardai l’isola che si allontanava: era stata un’avventura indimenticabile. Quell’isola mi sarebbe mancata.

B. L.

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