Racconti per Concorso Amici della Biblioteca di Crescentino
14 01 2010
Progetto “L’ITALIA IN PROVINCIA” 3° Concorso letterario per scrittori inediti “GIROVAGANDO CON IL LAPIS IN TASCA”
Associazione “Amici della Biblioteca” Bozza degli elaborati delle classi I e III C
Anno scolastico 2007/2008 Curatrice del progetto: prof.ssa Federica Pegorin
C’è poi la strada… di Giuseppe Bongiorno – classe I C
Io sono un ragazzino che vive a San Genuario. A San Genuario c’è un castello con un cortile gigantesco, ricco d’erba tutta piccola piccola, una tettoia con delle automobili antiche ed uno scantinato. Dalla parte opposta al castello, c’è una panetteria chiusa; dentro all’edificio è tutto rotto, si vedono diverse macerie in giro e alcuni mattoni. Fissato al muro, in un arco scavato ci sono un affresco con una statua raffigurante una Madonnina con in braccio Gesù bambino, una specie di presepe. Nella piazza principale, che si chiama come la via, cioè Cavour, ci sono due colonne portanti che conducono alla porta principale della chiesa; quelle due colonne noi ragazzi le usiamo per giocare a calcio! Se si prende la strada alberata si raggiunge il bosco, dove vivono animali come il cinghiale e i conigli selvatici; proseguendo per quella via, si raggiunge una casa in mezzo alla natura, molto curiosa, peccato che non si possa entrare, perché è di proprietà privata e spesso ci sono anche i cacciatori. Prendendo invece un’altra via, si raggiungono i “salti”, cioè dei dossi di terra sui quali noi andiamo a saltare con le biciclette. C’è poi la “stradina delle tenebre” che è stretta stretta a tal punto che ci passa a malapena una moto; si chiama “stradina delle tenebre”, perché quando è buio fa proprio paura. Un’altra strada è quella dell’acquedotto, si chiama così perché conduce appunto all’acquedotto. Intorno ad esso, c’è una recinzione di rete, alla quale è affisso un cartello con la scritta «Vietato l’accesso». Proseguendo per quella zona si va alla palude di San Genuario e, voltando a sinistra, si arriva alle cascine, delle quali una è di proprietà del sindaco. Tutto intorno ci sono molte risaie. Staccato, anche se di poco, dal paese, c’è il cimitero e, lungo il viale, si vedono le croci dei caduti di San Genuario, vittime delle due Guerre e i loro nomi sono incisi su una lapide di marmo. C’è poi un parco e, anche se non è ben tenuto, noi giovani, dopo aver chiesto il permesso al proprietario, ci siamo costruiti una casetta, fatta con assi di legno, tenuti insieme da chiodi; ha anche un tetto di lamiere e un piccolo balconcino. Un tempo avevamo un campetto, ma poi la signora che se ne occupava è andata via, trasferendosi a San Silvestro. Quando voglio stare un po’ solo, prendo la bicicletta o il motorino e raggiungo una strada sterrata caratterizzata da grosse buche e molte pietre sparse; io la chiamo semplicemente “strada di campagna”, perché è circondata da campi e risaie. Questa strada conduce a un laghetto privato, nel quale, in estate, si fanno gare di pesca e chi vince riceve un premio. C’è un altro luogo dove si può pescare, nei pressi della “strada dei ciucci”, così chiamata perché, una volta ci passavano gli asini (cioè i ciuchi, più comunemente detti “ciucci”); proprio lì a fianco si trova una specie di fossato grande e profondo e ricco di pesci. C’è poi la strada…
Una vita pedalando di Gabriele Ruffa – classe I C
Un pomeriggio, mentre ero a casa dei miei nonni, dopo aver terminato i compiti, mi sono ritrovato solo con mia nonna Adriana. Il tempo non passava mai e mi stavo annoiando, di fatto avevo già guardato la televisione, ma non c’era nulla che mi piacesse, avevo telefonato al mio amico, ma doveva andare dal dentista, allora la nonna mi chiese se volevo guardare le vecchie fotografie di famiglia. Incuriosito mi sedetti sul divano attendendo che la nonna tornasse dopo essere andata nella sua camera da letto a prendere l’album; arrivò poco dopo con una vecchia scatola di latta, nella quale le immagini avevano preso il posto dei biscotti, e si sedette vicino a me. Alcune fotografie erano a colori in quanto più recenti, altre in bianco e nero e leggermente ingiallite dal tempo; subito rimasi colpito da una foto di una ragazza bionda che rideva e teneva con le mani una bicicletta, chiesi chi era e la nonna, orgogliosa e arrossendo anche un po’, mi disse che era lei ed iniziò a parlarmi dei tempi passati: «La mia giovinezza l’ho trascorsa pedalando. Io vivevo a Moncrivello, in una casa di campagna con un grande cortile, dove c’era un pollaio, l’orto e la stalla con una sola mucca. Il cortile collegava due abitazioni: nella casa più grande c’era un salone adibito a soggiorno, al piano superiore c’erano le camere da letto e i servizi; nell’altra casa si trovava una grande cucina e al piano superiore una piccola camera da letto. In queste case vivevamo io, mia sorella minore, mio fratello maggiore e i miei genitori. La mia adolescenza combaciò con la fine della guerra, pertanto, erano tempi difficili: tutti erano rimasti senza nulla e da quel nulla si dovette ricominciare. Avevo undici anni e per aiutare la famiglia, mia mamma mandò me e mia sorella ad “imparare il mestiere” della sarta, in una sartoria del mio paese. Essendo molto giovani, per un certo periodo, dovevamo togliere sempre le imbastiture e tenere tutto pulito; solo più avanti ci insegnarono l’arte del cucito. Questo lavoro non veniva pagato, perché si imparava il “mestiere” e l’unico privilegio che avevamo era un abito in regalo per il giorno della festa patronale. Così trascorsero alcuni anni e io stavo crescendo. A quel tempo ero una ragazza bionda, alta, con gli occhi castani e con un carattere vivace, allegro e un po’ ribelle. Poi non ero contenta di fare la sarta e mi lamentavo sempre, allora a quindici anni con il permesso dei miei genitori andai a fare la mondina nelle risaie. Lavoravo solo due mesi l’anno, da giugno a luglio, e per andare a lavorare mi alzavo alle quattro e mezza del mattino, mi preparavo e facevo colazione. Indossavo pantaloni lunghi per proteggere le gambe, sia perché le foglie del riso erano taglienti, sia perché c’erano tanti animaletti che pungevano; mettevo sempre anche un cappello di paglia grande per ripararmi dal sole. Alle cinque partivo con la bicicletta e scendevo verso valle, dove c’era il ritrovo di tutte le mondine e insieme ci recavamo alle cascine e qui ci caricavano sopra i trattori e ci portavano alle risaie. Il lavoro consisteva nel togliere “l’erba cattiva” che cresceva insieme al riso, stando con i piedi nudi nell’acqua, dove vivevano le bisce, le rane e degli animaletti piccoli e neri che morsicavano e sopportare le punzecchiatura era molto duro. Intorno alle risaie la vegetazione era molto scarsa e soprattutto gli alberi mancavano, pertanto si stava tutto il giorno sotto il sole cocente; proprio per evitare il forte caldo, si iniziava il lavoro alle sei del mattino ed era impossibile continuare oltre le quindici e trenta del pomeriggio, ora in cui si smetteva. Durante la giornata si aveva solo mezz’ora per mangiare e, di solito, si pranzava ai confini del campo, con panini e frutta. Per bere invece, passava un signore che ci dava dell’acqua e tutte dovevamo bere nello stesso bicchiere. Per far passare meglio la giornata, cantavamo e ci raccontavamo delle nostre vite, e le storie più interessanti erano quelle delle ragazze che arrivavano da Piacenza o Reggio Emilia e che stavano, per tutto il periodo della monda, presso le cascine. Lo stipendio era per tutto il periodo di 30.000 lire. Feci questo lavoro per circa tre anni, mentre in inverno aiutavo in casa. Verso i diciotto anni, trovai un’occupazione a Cigliano, un paese a circa sei chilometri dal mio, presso un laboratorio sartoriale, dove mi specializzai nel taglio e cucito dei pantaloni da uomo. Andavo a Cigliano con una bicicletta lasciata dai Tedeschi in un campo, era tutta arrugginita e senza freni, e per questo, quando arrivavo all’entrata del paese, la nascondevo e proseguivo a piedi, perché mi vergognavo di quanto fosse malandata. Il tragitto da casa al laboratorio lo facevo quattro volte al giorno, perché a pranzo si poteva andare a casa. A quell’epoca le strade non erano asfaltate, perciò il percorso era molto faticoso e quando nevicava o pioveva forte andavo a lavorare a piedi, ma le pozzanghere erano talmente tante che sembrava di passare in mezzo ad un torrente. In questo caso, non essendo possibile il rientro a casa per il pranzo, insieme ad alcune mie amiche, mangiavamo presso una stalla abbandonata. La stalla aveva un grande portone in legno con un battente a forma di ferro di cavallo, all’interno il tetto era basso e a volta, i recinti degli animali erano vuoti e con della paglia sparsa qua e là. Ai muri erano appesi alcuni secchielli, un tempo usati per mettere il latte della mungitura, appoggiati in un angolo alcuni attrezzi per i campi: un vecchio rastrello, una zappa e una falce. Nella parete di fronte c’erano due panche, dove noi ci sedevamo per mangiare il pranzo. Nel rientro in sartoria, il padrone mi sgridava, perché diceva che puzzavo di stalla, ma era l’unico posto dove ci potevamo riparare per mangiare senza spendere dei soldi! Io ero l’unica lavoratrice della sartoria e con me lavoravano il padrone e sua moglie. Anche qui non si prendeva lo stipendio perché si imparava il “mestiere”. Circa un anno dopo la moglie del padrone, rimase incinta e, dopo la nascita della bambina, cercò un aiuto per la casa e mi offrirono di andare a lavare la biancheria della famiglia il lunedì di ogni settimana. Trascorrevo tutta la giornata a lavare a mano montagne di panni, ma lo facevo volentieri, perché per questo lavoro mi pagavano. Prendevo circa 2.500 lire alla settimana, ma non lo dissi a nessuno e risparmiai quei soldi per comprarmi una bicicletta nuova. La nuova bicicletta era di colore azzurro, era bellissima e ancora oggi la ricordo come uno degli acquisti più belli che abbia mai fatto, forse perché la desideravo tanto. Imparai molto bene a fare i pantaloni e smisi questo lavoro quando mi sposai ed andai a vivere a Torino. Per molti anni fece i pantaloni al nonno ed al tuo papà, ma a te non posso farli, perché adesso con i tagli moderni, tu non li metteresti. Anche le sarte non ci sono più o per lo meno sono rimaste in poche, perché ormai con il consumismo si compra tutto già confezionato e si può cambiare modelli più spesso. Così, anche le mondine, sono state sostituite da macchinari sofisticati e dall’uso dei diserbanti. Il mondo è cambiato, prima non avevamo molto e quel poco bisognava sudarselo, ma era tutto più genuino sia nei valori sia nel mondo che ci circondava. Noi potevamo stare all’aria aperta e giocare nell’aia, adesso i ragazzi di città, come ho visto fare a Torino, mettono la mascherina per girare in strada e giocano, come te, da soli, con questi nuovi giochi elettronici». Questo è quello che mi raccontò mia nonna quel pomeriggio. Da questo racconto ho imparato a conoscerla un po’ di più e mi ha fatto meditare di quanto io sia fortunato e probabilmente anche grazie ai suoi sacrifici. Da quel giorno quando vado in bicicletta penso sempre a lei.
Osvaldo di Alice Ulla – classe I C
C’era una volta a Trino, un paese in provincia di Vercelli, prevalentemente caratterizzato da vaste estensioni di risaie e al confine con Palazzolo, Tricerro e Morano Po, una casalinga di nome Paola. Era di aspetto minuto, ma agile; aveva sessant’anni ed era una persona di carattere molto allegro e socievole. Infatti, nel periodo estivo, ogni prima domenica di ogni mese, organizzava dopo la santa messa, celebrata nella piccola chiesa di san Michele, in campagna, una festa con lo scopo di trascorrere una giornata in allegria e spensieratezza e durante questa festa si praticavano gare di bocce per gli uomini e gare di cucito per le signore. Vestiva di indumenti molto colorati e ogni giorno cambiava il suo grembiule da lavoro. Paola era solita, tutte le mattine, alle quattro in punto, svegliarsi al cantar del suo gallo che di nome faceva Osvaldo. Poiché abitava in una cascina, la sua giornata era scandita da una serie di ripetitivi lavori: faceva colazione con pane e latte, poi usciva in cortile, perché aveva molti animali da nutrire. Prima si recava dai vitelli nella stalla, dalle galline e dalle anatre sull’aia. Poi andava nell’orto per raccogliere finocchi, zucchine, melanzane, patate, carote e ogni verdura di stagione (custodita in una grande serra) per preparare il pranzo, solitamente un grande minestrone, oppure alcune volte pasta e fagioli o polenta. Infine svolgeva i lavori domestici: spolverava, lavava i pavimenti, lavava gli indumenti recandosi in riva ai fossi, poi, mettendo le lenzuola in una tinozza con la cenere ricavata dalla legna bruciata nel camino, le sciacquava finché pulite e asciutte lasciavano un particolare profumo. Le stendeva sull’aia, su una corda tenuta su da alcuni bastoni lunghi e robusti. Suo marito si chiamava Pier Giuseppe e faceva il contadino; era di costituzione robusta, con folte sopracciglia, il viso tondo e di carattere simpatico. Indossava larghi pantaloni sorretti da robuste bretelle e una camicia a quadri. Tutte le mattine alle cinque, dopo la sveglia di Osvaldo e la colazione a base di pane e salame, saliva sul suo trattorino rosso fuoco e andava a coltivare i campi. Aveva dieci terreni coltivati a riso, che lavorava ogni giorno con la collaborazione di alcune mondine. La vita di queste lavoratrici era molto dura: trascorrevano intere giornate piegate nei campi, immerse con le gambe nell’acqua e nel fango, infastidite dalle zanzare, da lunghi e grossi vermi, da bisce e topi. Nonostante questi enormi sacrifici, erano sempre molto allegre e cantavano per ore intere durante il lavoro. Paola e Pier Giuseppe erano molto affezionati ad Osvaldo, il loro galletto di colore grigio sfumato di bianco, con grossi bargilli e una frastagliata cresta rossa. Era spesso irrequieto e si divertiva a correre dietro alle galline che, girando per tutta l’aia, provocavano un gran schiamazzo che infastidiva gli altri animali; a volte Paola era costretta ad intervenire, perché rischiavano di far cadere i panni stesi al sole! Per Paola e Pier Giuseppe, Osvaldo era molto importante, perché, non avendo una sveglia, potevano riposare notti tranquille, con la certezza di essere sempre svegliati. Con il passare del tempo e l’avvicinarsi dell’inverno però, Osvaldo si spelacchiò e a poco poco, giorno dopo giorno, invecchiò. La prima mattina cantò «Chicchirichì», la seconda mattina cantò «Chicchirichì». La terza mattina Paola si destò all’improvviso, vedendo filtrare la luce del sole dalle persiane. Fuori c’era un gran silenzio: «Strano» disse, scendendo dal letto. Era già molto tardi, quando uscì sull’aia imbiancata di neve e trovò il povero Osvaldo stecchito davanti alla porta dell’ingresso. Con tristezza lo prese tra le braccia e lo portò in casa, dicendo tra sé e sé che era ormai troppo vecchio e le scese pure una lacrimuccia. Quando tornò a casa suo marito dopo il lavoro, trovò Paola piuttosto triste, la quale avrebbe preferito non dargli la notizia, ma nonostante tutto ci riuscì. Pier Giuseppe non si intristì e, mentre si sedeva a tavola per il pranzo, la confortò dicendo: «Troverò una soluzione, non preoccuparti cara». Pensò e ripensò, continuando a masticare, finché gli venne l’idea di imbalsamarlo, così avrebbero potuto averlo sempre in casa con loro. Rimaneva però da risolvere un problema più importante: chi li avrebbe svegliati ogni mattina? Così il 25 dicembre, mentre Paola preparava il pranzo natalizio, Pier Giuseppe si recò a prendere il regalo per Paola: una grande sveglia a forma di gallo che li avrebbe svegliati tutte le mattine a suon di “Chicchirichì”. D’altronde i tempi stavano cambiando! Appena Paola la vide, rimase dall’emozione senza fiato e le uniche parole che riuscì a pronunciare furono: «Grazie di cuore per questo bel batticuore!».
Divieto di caccia di Daphne Tamburelli – classe III C – VINCITRICE!!
Era una mattina di agosto. Due amiche di nome Violetta e Sofia, stavano giocando a nascondino in un bosco dell’isola di Santa Maria, attuale parco fluviale del Po. Giocando, finirono involontariamente in un posto sconosciuto, un luogo meraviglioso: gli alberi avevano delle chiome stupende, per non parlare dei fiori che erano profumati e coloratissimi. Era tutto quasi magico, ma c’era una cosa che in quel momento mancava: gli animali! «Perché non ci sono animali? Che fine hanno fatto?», chiese stupefatta Violetta. Mancavano tutti gli animali. Continuarono a camminare con curiosità, quando ad un tratto si udì un grosso fracasso, un guazzabuglio di versi come se tutto il mondo stesse litigando contemporaneamente. Preoccupate cercarono di capire da dove provenisse quel rumore e scoprirono che quel baccano proveniva da un folto albero di nocciolo. Si avvicinarono incuriosite e videro aironi cinerini dalle piume color cenere, bianche, grigiastre e con il classico ciuffo nero che spunta sulla nuca, alcuni martin pescatore, dal piumaggio di colore azzurro, giallo, verde, rosso, arancione, bianco e nero, mentre instancabili si tuffano per cibarsi di pesce, aironi bianchi dal piumaggio candido come la neve, fagiani con due lunghe piume di colore vivace sulla coda e ancora volpi, serpenti, scoiattoli e bisce. «La volete smettere di litigare?», gridarono entrambe. Calò il silenzio, ma un borbottio giunse alle loro orecchie dallo scoiattolo impertinente: «Come fate voi a capire il nostro linguaggio?». Improvvisamente Violetta e Sofia si resero conto di possedere un dono: «Noi lo capiamo! Com’è possibile? Non abbiamo neanche l’anello di re Salomone!», mormorarono stupite. Poi Sofia si avvicinò allo scoiattolo e gli chiese il motivo di quella lite. «In realtà non stiamo veramente litigando – spiegò lo scoiattolo – stiamo discutendo. Siamo arrabbiati perché voi umani ci fate paura! – proseguì – Avete ridotto il nostro bosco ad una pattumiera con i vostri rifiuti e il vostro smog. Qualcuno di voi si diverte anche a spararci… La caccia! E voi lo chiamate sport!», sbuffò secco quel batuffolo di pelo rosso. Le due amiche si guardarono negli occhi e in un lampo si capirono: «Avete ragione! A nome dell’intero popolo umano, ci sentiamo in colpa per questa situazione», confessò Sofia; «Vi promettiamo che faremo qualcosa di buono per voi», concluse Violetta rivolgendosi a tutti. «Noi vi aiuteremo a pulire il bosco come possiamo!», risposero in coro gli animali che avevano intuito l’intenzioni delle due ragazze. Il giorno dopo le due amiche avevano già organizzato una bella protesta davanti al comune costringendo il sindaco e tutta la giunta comunale a partecipare alle pulizie. Fu un vero e proprio gioco di squadra e in poco tempo il bosco ritornò al suo splendore. Poi non ancora soddisfatte, le due giovani costrinsero il sindaco ad affiggere, sempre in quel luogo, un bel cartello con la scritta “Divieto di caccia”!
Una dichiarazione tra l’acqua e il cielo di Martina La Fauci – classe I – VINCITRICE!!!!
C’era una volta un luogo, dove il cielo si perdeva nel riflesso dell’acqua; era l’acqua delle risaie dell’immensa pianura Padana, dove tante erano le persone che lavoravano per guadagnare un po’ di soldi per sé stessi e per le proprie famiglie. Le loro giornate trascorrevano nelle immense risaie. Da lontano si scorgevano le grandi tenute, che davano impressione di essere sospese tra l’acqua e il cielo. All’interno di queste cascine si potevano trovare: una cappella per la messa domenicale, immensi cortili, porticati, dove solitamente la domenica si poteva ballare al suono di un vecchio giradischi e trascorrere qualche ora in allegria e serenità. Coloro che popolavano queste grandi cascine non erano solo i mezzadri con le loro famiglie e il fattore che seguiva i lavori della tenuta; questi luoghi si popolavano ancora di più quando, nel periodo primaverile, giungevano da luoghi lontani “le mondine”: ragazze giovani con la volontà di migliorare la loro vita, guadagnando denaro. Erano tempi intrisi di difficoltà, soprattutto per le fasce più basse della popolazione: la vita era dura, le condizioni economiche spesso erano precarie e ogni membro della famiglia doveva collaborare al massimo delle sue capacità. Il viaggio di queste giovani ragazze era lungo e faticoso. Arrivavano soltanto con il loro fagotto contenente la biancheria, abiti da lavoro, un salame e alcune uova sode. Le loro case e le loro famiglie erano lontane da quei luoghi, dove erano spinte dal bisogno. Giunte in cascina, prendevano posto nello stanzone dove vi erano giacigli chiamati “pajon”, cioè una specie di materasso fatto di crine. Le ragazze giovani con capelli lunghi portavano sempre cappelli e foulard, perché il sole picchiava forte sulle risaie. La grande pianura era la terra degli estremi: inverni rigidi, durante i quali la nebbia confondeva le sensazioni e gelava le ossa, seguite da estati afose, che fiaccavano le persone, ma, contemporaneamente, infiammavano gli animi. Giravano intorno alle gambe delle mondine, immerse nell’acqua, rane e bisce e le zanzare le tormentavano mentre strappavano con forza le erbacce. Fra tante giovani vi era Maria, una ragazza con lunghi capelli neri, sempre nascosti da un foulard di color rosso, gli occhi grandi di colore verde, la sua bellezza delicata, quasi infantile. Di carattere timido e riservato. Il suo sguardo correva sempre e si spingeva lontano alla sua famiglia lontana. Nella grande tenuta, dove vivevano Maria e le sue amiche, vi era Giuseppe che lavorava come mezzadro. Giuseppe era un ragazzo fisicamente molto avvenente: alto, magro, gli occhi di colore azzurro chiaro e i capelli biondi. Il suo viso era scurito dal sole, le sue braccia forti, le sue mani grandi. Nella cascina i lavori iniziavano al lunedì mattina alle ore sei, quando il sole non era ancora sorto. Dopo la lunga mattinata, si sedevano sui muretti costruiti ad argine dei canali che portavano l’acqua alle risaie, mangiando pane, salame e qualche fetta di formaggio. Le mondine terminavano la giornata verso sera, un operaio veniva a prenderle con un grosso camion vecchio. Arrivando in cascina mangiavano riso; solo due volte alla settimana la polenta. Finito il desinare, si cercava di dimenticare la quotidiana fatica e la nostalgia della propria famiglia lontana, ballando un poco sulle note di vecchi brani. Accumulando le singole solitudini ci si sentiva meno soli. Nonostante il lavoro, la fatica e gli immancabili momenti di nostalgia per la lontananza dalle persone amate, quei ragazzi non potevano ignorare i sentimenti e le logiche che, da sempre, caratterizzano e governano l’universo degli adolescenti. Infatti, durante le interminabili ore trascorse nel “mare a pezzi” era tutt’altro che insolito notare un fugace scambio di sguardi o un cenno di sorriso, gesti timidi, mai sfrontati, consoni ai modi dei tempi. Le storie d’amore nascevano in un alone di semplicità e pudore, tra quelle persone rese adulte dalle necessità, ma ancora, in fondo, bambine. Era così tra Maria e Giuseppe. Entrambi erano riusciti ad ammettere l’esistenza di questo sentimento solamente a se stessi, ma non erano riusciti a fare altrettanto nei confronti degli altri, neanche dei loro migliori amici. Il destino però, come spesso accade, decise di mettersi in mezzo. Un giorno, Maria, come faceva sempre, stava pranzando con le sue compagne su un muretto nei pressi della risaia in cui stavano lavorando. Quella notte aveva piovuto, così la superficie era bagnata e scivolosa. Durante il pranzo, la ragazza vide passare, in una stradina sterrata in lontananza, il trattore che di solito usavano Giuseppe e gli altri ragazzi per il lavoro nei campi. Maria si sporse per cercare di scorgere Giuseppe e mandargli un cenno di saluto. Sfortunatamente si mosse in modo incauto e perse l’equilibrio, cadendo nel corso d’acqua. Immediatamente le sue compagne iniziarono a gridare e a chiedere aiuto: l’acqua era profonda e fredda e i mulinelli avrebbero reso vano ogni tentativo di tornare a riva. Giuseppe e gli altri ragazzi, che nel frattempo avevano proseguito il loro tragitto, udite le grida, si recarono immediatamente sul posto. Quando il ragazzo vide Maria annaspare faticosamente nell’acqua, si sentì terrorizzato, e fece per gettarsi anch’egli nell’acqua. I suoi compagni lo bloccarono: sarebbe stata una follia, la forza della corrente era troppa anche per lui. Nel frattempo Giorgio, il suo migliore amico, era riuscito a trovare sul trattore un pezzo di robusta corda. Lo legò stretto alla vita di Giuseppe, che poté finalmente calarsi in acqua per riportare Maria a riva, aiutato dagli altri ragazzi e ragazze che tenevano saldamente l’altro capo della corda. Finalmente in salvo, i due si guardarono negli occhi, senza dire una parola, come accade sempre quando ci sarebbero troppe cose da dire; ebbero però l’impressione che non ci sarebbe potuta essere una dichiarazione d’amore più chiara di quella!
La vecchina e le messi di Giorgio Scura – classe I C
Tanto tempo fa, in un vecchio cascinale, vivevano un’anziana madre, un figlio e una figlia. L’abitazione era circondata da risaie nelle quali, in quei giorni di fine estate, risplendevano le spighe alte e dorate. Tutt’intorno le rane facevano sentire la loro voce, gracidando tra l’erba e nei fossi. Giuliano, il figlio maggiore, era un ragazzo alto e robusto, con gli occhi azzurri e i capelli castani, sempre arruffati; era buono e testardo. Il primo giorno di mietitura, egli vide aggirarsi nelle risaie una persona con un mantello, un cappuccio nero e con una falce in mano. «Chi sei? Che cosa vuoi?» gridò il ragazzo, ma non arrivò nessuna risposta, mentre l’inquietante creatura immerse la falce in una strana pozione malefica e, in gran fretta, scomparve. Il secondo giorno, il giovane rivide la figura vestita di nero, ma appena cercò di rivolgerle la parola, questa, dopo aver compiuto lo stesso rito, sparì nel nulla. Il terzo giorno, nello stesso luogo, ricomparve quell’essere misterioso; Giuliano si sentì immobilizzato, incapace anche di parlare: «Se vuoi che la tua famiglia non muoia di fame, dovrai diventare malvagio come me!», gli disse. Giuliano urlò: «No! Mai!». Ma quella falce brandita nell’aria, che emanava una luce violacea, compì un terribile incantesimo: «Stupido ragazzo, sfido chiunque a far maturare del riso in questi campi: solo così il mio sortilegio avrà fine!». In quelle risaie, fino a quando il povero fosse rimasto prigioniero, nemmeno una spiga sarebbe più maturata. Dopo la scomparsa di Giuliano, il cascinale, a poco a poco, cominciò ad andare in rovina: l’enorme fienile stava per crollare e i mattoni della casa cominciavano a sgretolarsi. Le camere da letto, situate al piano superiore, e la cucina, al piano inferiore, avevano bisogno di essere ristrutturate. Nessuno se ne occupava. Arrivò l’autunno e la madre e la figlia erano ormai allo stremo delle forze: niente raccolto e nessuna notizia di Giuliano. I campi, che avrebbero dovuto colorarsi di rosso, giallo, marrone, rimasero sempre grigi, mentre gli alberi, da frondosi, diventarono secchi e spogli. Vittoria, la sorella di Giuliano, perse persino il sonno per trovare una soluzione. Dimagrì così tanto che cominciò a perdere la sua bellezza e i suoi occhi verdi iniziarono ad appannarsi, per questa ragione nessuno la voleva come moglie. Accadde però che un giorno, durante un gelido e bianco inverno, bussò alla porta del vecchio cascinale una vecchina curva e infreddolita: «Vi prego, fatemi entrare!» e la madre di Vittoria subito la fece accomodare. «Ho tanto freddo!» e premurose le due donne la fecero scaldare vicino al caminetto. «Vi prego, datemi qualcosa da mangiare!» le esortò infine la vecchietta. Vittoria aprì la madia e tirò fuori l’ultima fetta di pane rimasta; la offrì alla signora piangendo. «Perché piangi?» chiese allora l’anziana alla signora, la quale non aspettava che questo, di poter cioè sfogarsi raccontando la scomparsa del figlio Giuliano e la grande carestia che ne era seguita. La vecchia ascoltò con attenzione, poi disse solamente: «Per me è giunto il momento di andare. Grazie per l’ospitalità». Prima di congedarsi però, diede a Vittoria un piccolo sacchetto dicendo di custodirlo e di aprirlo solo all’arrivo della primavera. Vittoria fece proprio così e attese con impazienza la bella stagione. Quando la primavera fu alle porte, Vittoria aprì il sacchettino e vi trovò nel suo interno chicchi di riso lucidi e perfetti! Corse fuori, li sparse subito per i campi e, all’istante, germogliarono e ne nacquero delle spighe sane e rigogliose. Giuliano, liberato dall’incantesimo, tornò e poté riabbracciare la sua famiglia e tutti vissero felici e contenti o… quasi. Ricordate la creatura misteriosa? Trascorse tutta la vita, giorno e notte, a mietere messi e si dice che ancor oggi qualcuno, ogni tanto, la incontri…
Una famiglia di Alessia Valdemarca – classe I C
C’era una volta in un paese di collina piuttosto isolato (dove vivevano pochissime persone, principalmente famiglie di contadini, di artigiani e anziani che erano sopravvissuti alla Seconda Guerra Mondiale), vicino a Crescentino, una casetta piccola, nella quale abitavano una donnina di nome Vera, suo marito Geppo e i suoi due figli Lea e Sebastian. Vera era una donna minuta, con i capelli raccolti in una lunga treccia; vestiva di abiti scuri, ravvivati da un grembiule colorato che cambiava molto spesso. Lavorava nelle risaie, partiva da casa quando il sole non era ancora levato. Portando ai piedi stivali di gomma, che però non la riparavano dall’umidità e dall’acqua delle risaie, stava china tutto il giorno per togliere l’erba cattiva dal riso che cresceva. Lea, la figlia minore, andava ancora a scuola e seguiva lezioni di cucito due volte a settimana. Sebastian, fratello di Lea, andava nei campi ad aiutare un amico di Geppo. Geppo, marito di Vera, era un contadino: lavorava nella stalla dove crescevano due maiali, cinque caprette che producevano latte per fare il formaggio. Nell’aia di casa, teneva una dozzina di galline, quattro galli e un ocone dalle piume bianche e nere e che aveva battezzato “Cio”. Il venerdì Geppo aveva l’abitudine di andare al mercato, che si trovava nella piazza di Crescentino, dove c’erano numerosi altri contadini che vendevano ceste di frutta e di verdura esposte sulle bancarelle. Al mercato erano presenti anche alcuni piccoli artigiani che vendevano oggetti in legno, ceste di vimini, fabbricate da loro. Geppo riempiva il carretto con i suoi prodotti: salami, formaggi, uova… e sperava di venderli, guadagnandosi la giornata. Nel periodo di Natale, egli era solito ammazzare il maiale. Questo veniva appeso, pelato e svuotato delle sue interiora; veniva poggiato su larghi tavoli di legno: si faceva la scelta della carne con cui fare i salami e i cotechini; questa veniva macinata, insaporita e insaccata. Geppo aveva inoltre un campo, sul quale qualche anno prima aveva seminato lunghe file di viti, così perfettamente piantate che sembravano tanti soldatini. Quando in autunno raccoglieva l’uva, tutti i bambini del paese correvano a pestarne gli acini con i piedi ed era una grande festa. La sua cantina era un vecchio scantinato che ben si prestava alla conservazione dei salami e del vino imbottigliato. La sera, Geppo, Lea, Vera e Sebastian si ritrovavano per la cena, stanchi dopo una faticosa giornata di lavoro e per rincuorarsi, bevevano un buon bicchiere di vino, mangiando qualche fetta di salame.
Il conte e le “Grange” di Ilenia Ditella – classe I C
Un volta esisteva un conte che di cognome faceva “Le Grange” ed era conosciuto, perché era proprietario di quasi tutto il territorio vercellese. Il conte, per far fruttare tutti i suoi possedimenti, aveva stabilito di coltivarci riso, granturco e orzo e aveva dei contadini e delle mondine, che lo aiutavano; questi “aiutanti” si occupavano della maggior parte del territorio, mentre la piccola parte rimanente veniva gestita dal conte stesso che, in questo modo, era solito passare il tempo. Il pezzo coltivato dal conte, era un campo coltivato a riso, circondato da un fossato, l’acqua serviva infatti per irrigarlo. La terra era vicina alla villa del signore: un’abitazione dalle mura bianche con un cornicione argentato; essa era cintata da un muro abbastanza alto, fatto di mattoni a vista color rossiccio, tendente al marroncino. Il balcone aveva una ringhiera di ferro battuto, tinta di colo oro. La villa era composta di quindici stanze, perché la famiglia “Le Grange” era composta da mamma, papà e quattro figli, ma era abitata anche dai camerieri, dal personale domestico, dai contadini e dalle mondine. Le stanze erano suddivise così: c’era la cucina, il salone, la camera da letto di mamma e papà, una stanza per ogni figlio, la lavanderia, la cantina, il seminterrato, il ripostiglio, una stanza per il gatto e una per il cane e una stanza per gli ospiti. La cucina era di color verdino chiaro, con gli arredamenti tutti in legno, più precisamente in olmo. Il salone era di un rosso magenta molto intenso, mentre i due divani e le sei poltrone, erano semplicemente bianchi. La camera dei genitori era in tinta arancione, con due armadi grandissimi che coprivano ciascuno una parete. Le stanze dei figli erano una blu, una viola, l’altra verde e l’ultima gialla. La lavanderia, era più piccola delle altre stanze, poiché c’erano solo delle ceste che contenevano panni sporchi e quelli puliti. La cantina, era ancora più piccola della lavanderia, perché conteneva solo scatoloni. Il seminterrato, era pieno di scorte di cibo, di cui una volta al mese, un cameriere controllava la scadenza: i cibi scaduti venivano buttati; veniva inoltre usato come rifugio, in caso di pericolosità e attacchi naturali o umani. Il ripostiglio, serviva a contenere il cibo e le bevande giornaliere e conteneva anche le pentole più grandi. La stanza del gatto, come quella del cane, era poco più piccola delle altre. Essa inoltre aveva le parti argentate, mentre quella del cane era dipinta in oro. In fine c’era la stanza degli ospiti, questa aveva le pareti bianche ed era abbastanza grande, perché doveva contenere due letti, uno matrimoniale e uno singolo, due poltrone e due divani. Un giorno accadde che morirono due mondine le più vecchie, poi ogni giorno ne moriva un’altra e poco per volta scomparirono tutti i contadini. Il conte lo venne a sapere solo dopo che gli altri abitanti del territorio vercellese andarono a lamentarsi dell’accaduto. Egli però, per essere sicuro che quelle persone non lo prendessero in giro, decise di andare a vedere di persona. Il giorno seguente, di mattina, il conte andò in giro per i campi e vide che erano abbandonati e incolti. Alla sera gli si presentò un uomo con il volto coperto, ben vestito, alto e di corporatura robusta, che lo minacciò. L’uomo gli disse: «Sono io il responsabile della morte di tutte le mondine e dei contadini e se non mi date tutti i vostri averi e i vostri campi, vi ucciderò. Vi lascio due giorni per decidere». Quando l’uomo mascherato tornò al castello, il conte, gli disse: «Devi prima combattere con me se vuoi ottenere tutti i miei averi, perché non lascerò che la mia gente venga colpita dalla tua malvagità», poi sfoderò la spada dalla sua cintura e si lanciò contro il nemico. L’uomo mascherato però, era molto agile e riuscì a evitare i colpi, poi pronunciò delle parole incomprensibili e il conte cadde a terra. Un incantesimo lo aveva immobilizzato, così l’uomo mascherato poté colpirlo al cuore. Quando la contessa entrò nella stanza, vide il corpo di suo marito privo di vita, disteso sul pavimento, si girò e, dalla finestra aperta, vide l’uomo che fuggiva. La contessa, non voleva che l’uomo potesse scappare così facilmente, allora prese una balestra, che era attaccata al muro e lanciò una freccia, che colpì l’uomo alla testa, uccidendolo. Per il marito invece, non ci furono più soluzioni. Il giorno dopo la contessa, con immenso dolore, raccontò l’accaduto al popolo e gli abitanti, decisero di dare, ai campi, il nome del loro amato conte scomparso: “Le Grange”.
Ricordi… di Irene Buratore – classe I C
Mia nonna da bambina era molto bella, aveva i capelli di colore biondo chiaro, quasi bianchi, lunghi e ondulati, il viso ovale, su cui spiccavano due occhi marroni vispi e curiosi, due guanciotte rosee e una bocca carnosa. Aveva due fratelli di nome Luigi e Silverio, entrambi più grandi. Abitava in una cascina a Verrua Savoia, un piccolo paese in provincia di Torino, situato al limite settentrionale del basso Monferrato, di cui è famosa la Rocca di Verrua, una fortezza che è stata distrutta al principio del XVIII secolo. Tutte le mattine, dalla finestra della sua piccola stanza poteva ammirare, le dolci colline e, giù in fondo, l’immensa pianura Padana e il fiume Po, che lei paragonava sempre ad un grosso e sinuoso serpente blu. Intorno c’erano verdi prati, immensi campi di grano dorato, alberi da frutta e vigneti. Mia nonna è nata durante la Seconda Guerra Mondiale e mi ha detto che ancora si ricorda alcuni fatti risalenti a quel periodo; ad esempio, quando un mattino, durante la colazione, entrarono in cucina alcuni ufficiali tedeschi con due grossi cani, i quali la pietrificarono, appoggiando le loro grosse zampe sul tavolo, dove si trovava la sua scodella di caffelatte. Poi ricorda molto bene quando i Tedeschi bombardarono Monteu, per i depositi di carburanti e lei e la sua famiglia seguirono la scena dalla collina, mentre suo fratello piangeva dalla paura. La nonna, poiché sua mamma era impegnata tutti i giorni nel duro lavoro dei campi, venne cresciuta da una signora, la quale, sfollata da Torino per i continui bombardamenti, era stata accolta dalla sua famiglia e, in cambio di pranzo e cena, l’accudiva amorevolmente. All’età di sei anni mia nonna si trasferì in un’altra cascina, che si trovava a Monticelli, una piccola frazione di Verrua, e lì frequentò la scuola elementare, che raggiungeva ogni giorno a piedi con suo fratello, il quale si divertiva a farle molti dispetti, come riempirle la cartella di grilli e lanciarle uova marce in faccia! La cascina era molto grande: aveva otto grandi camere disposte su due piani, il fienile, una grossa cantina, la stalla con le mucche, tettoie varie, sotto alle quali venivano messi i carri e gli attrezzi agricoli e un enorme cortile popolato da galline, anatre ed oche starnazzanti. Anche se mia nonna era soltanto una bambina, aiutava tutti i giorni sua madre a dar da mangiare agli animali e a sbrigare le faccende domestiche; ma trovava anche il tempo per divertirsi con i suoi amici. Una volta mi ha raccontato che si comportava proprio come un “maschiaccio”; così fece ad esempio quella volta che con gli amici scavalcò un grosso cancello e il suo vestito nuovo si impigliò in uno degli spuntoni di ferro e si è strappò; e ricevette una severa punizione quando tornò a casa. Quella giovinezza caratterizzata di stenti e di duro lavoro, rimane un ricordo importante, la purezza chiusa nel suo cuore, il gioiello più prezioso.
I fantasmi della rocca misteriosa di Victor Svinukhov – classe I C
Ogni mattina mi alzavo presto per aiutare mio padre a coltivare il riso e il mais. Appena sceso dal letto, facevo colazione, mi sciacquavo il viso, a volte mi lavavo i denti e poi uscivo di casa, insieme a lui. Solo certi giorni, che io definivo “fortunati”, mi era concesso di andare a pescare al fiume: aspettavo che una trota o una carpa abboccassero all’amo, mentre il Po completamente indifferente scorreva silenzioso. Di solito invece, con mio padre, seminavo il riso, mettevo l’acqua nelle risaie. Poi, quando il riso era cresciuto, era quasi secco e assumeva il colore giallo oro, era uno spettacolo da vedere: il sole, battendo contro le risaie, faceva diventare le spighe dorate. Allora tagliavo il riso e sugli spuntoni tagliati vedevo i ragnetti con la loro tela che si spostavano da un gambo all’altro, creando una tela che ricopriva i campi, uno scenario meraviglioso specialmente quando il sole sorgeva. Era proprio in quei momenti che io sognavo di andare a vedere il castello di cui parlavano tutti. Così, un giorno, invece di andare a pescare, mi incamminai verso la collina, dove era situata la rocca di Verrua Savoia. Mi ricordai che mio padre mi aveva detto che in quel posto esistono i fantasmi, ma io non avevo paura. Attraversato il ponte del Po, dal quale è possibile tuttora osservare dal basso all’alto la cima della collina e vedere le mura della rocca e il palazzo centrale, salii, seguendo una stradina di campagna tutta in salita. Giunsi alla rocca, ma non riuscii ad entrarci; mi guardai tutt’intorno ed era veramente un incanto. L’entrata era abbastanza grande, la porta di legno molto resistente; al piano superiore si vedevano i corpi di guardia, a fianco una grossissima torre che prese forma alternando l’entrata e le mura protettive. Si dice che a causa della spaccatura della collina, non molto tempo fa, cadde un pezzo di muro, per questa ragione oggi molto dell’edificio è andato perduto. Dalla collina si vedeva un bellissimo panorama e soprattutto il Po in tutti i suoi dettagli: il fiume molto curvo e a fianco una lunga distesa d’alberi. Quel giorno tornai a casa felice, ma anche scontento perché, non essendo potuto entrare, non avevo scoperto se esistevano oppure no i fantasmi. Poi mi addormentai, sentii un rumore, era lo sbattere degli zoccoli di un cavallo, cavalcato da un cavaliere; aveva addosso un’armatura bellissima, una spada dorata, uno scudo d’argento e una lancia molto preziosa. Io lo seguii, entrai nel castello dopo che la grande e immensa porta si aprì: vedevo un grande giardino, al centro c’era il palazzo centrale; salimmo per le scale oltrepassammo molte stanze, decorate e bellissime. Arrivammo al salone principale che era stupendo e al fondo era situato il trono del re. Ad un certo punto sentii un rumore fortissimo… che mi svegliò: erano caduti gli attrezzi a mio padre che era appena tornato dal lavoro. Uscii ad aiutarlo e mi sembrò di aver visto una luce alla rocca, allora tornai a letto. Pensai a quello strano sogno e inoltre a quella strana luce… Decisi di andare alla rocca, senza farmi vedere da mio padre e usando il trucco di mettere i cuscini sotto le coperte dando l’impressione che io stessi dormendo. Avevo paura perché era molto buio ed era mezzanotte. Da lontano vidi qualcuno, mi avvicinai, all’improvviso sbucarono tantissimi fantasmi davanti a me, mi spaventai, mi immobilizzai, mentre loro mi fecero un grandissimo sorriso. Io diventai loro amico. Tornai a casa orgoglioso per aver scoperto il segreto della rocca misteriosa. E da allora, ogni giorno festivo, alla sera li vado a trovare.
L’imponente rocca di Verrua di Martina Runco – classe I C
C’era una volta tanti anni fa, un Signore che dominava l’intero territorio di Verrua Savoia e che viveva in una rocca imponente, posta in cima a una collina. Essa era molto grande, rovinata in più punti e interamente costruita in pietra. L’edera che si arrampicava sui muri era ormai appassita, lasciandoli spogli. Le due grandi torri laterali erano sgretolate in alcuni punti, facendo intuire che la fortezza doveva essere molto vecchia. Il grande portone centrale, una sorta di ponte levatoio, non veniva usato da moltissimo tempo, perché le due grandi catene che lo sorreggevano si erano rotte ed era l’unico punto della fortezza che era ricoperto di edera verde. La rocca era posta inoltre in un punto strategico: in quella posizione, si potevano vedere senza difficoltà eventuali nemici e con altrettanta facilità ci si poteva difendere. Era anche circondata da possenti mura, che confinavano la fortezza in un cerchio. Oltre le mura, c’era un piccolo ma profondo fossato; poi un’illimitata distesa di campi coltivati e il fiume Po, che purtroppo in quegli anni era molto secco a causa del caldo incessante. In lontananza si vedevano le risaie, che sembravano enormi mari dorati, lavorate senza sosta da contadine e contadini che, curvi sotto il sole cocente, separavano l’erba secca dalle spighe. «Un lavoro faticoso», pensò Sanne, guardando il paesaggio sottostante la terrazza, in cui si trovava con il suo maestro. Dato che la lezione di storia era abbastanza noiosa, si era distratta a guardare oltre la terrazza. L’altezza non la impressionò, perché al contrario di sua sorella non soffriva le vertigini. Stava guardando le lontane risaie, quando il maestro la richiamò con quella vocetta stridula con la quale era solito rimproverarla: «È attenta?»; lei annuì e riprese a seguire. Un’ora dopo la lezione terminò; la ragazza salutò il maestro ed entrò nel castello. L’interno era ancora più vasto rispetto a ciò che sembrava guardandolo dall’esterno: enormi saloni adornati da lunghe tende di velluto, arredati da mobili in mogano finemente lavorato e animati dal continuo vociare delle serve e delle cameriere, sempre impegnate in lavori faticosi. Con l’intenzione di riposarsi, si diresse nelle sue stanze, ma la voce del padre la chiamò: «Sanne! Ti devo parlare!» Sbuffando, cambiò corridoio, dirigendosi verso la sala più grande del palazzo, dove suo padre stava discutendo con i consiglieri su questioni di politica non note a lei. Non appena varcò la soglia, i consiglieri si congedarono, lasciandola sola con il signore. Quest’ultimo, era seduto su un gran trono d’oro bordato di velluto rosso e impreziosito da numerosissime pietre preziose. La fissò con sguardo pensieroso, poi disse: «Il tuo insegnante mi ha detto che non segui le lezioni». Rimase interdetta: non si aspettava che il suo maestro facesse la spia. Subito dopo, una lunga discussione. Alla fine, si arrese e dette ragione al padre, che concluse: «Bene. Questa volta ti perdono, ma la prossima, sarai punita!» Sanne, prima di uscire, ripeté il solito rituale: inginocchiarsi, chinare il capo, alzarsi sempre a capo chino, salutare e dirigersi verso l’uscita camminando all’indietro. In quest’ultima fase del rituale, era caduta più volte, ma col tempo si era abituata. Il padre la guardò allontanarsi, poi prese un campanellino di bronzo che scosse leggermente, producendo un lungo suono parecchio sgradevole. Subito si presentò una cameriera e lui ordinò il pranzo. Il tale, che si chiamava Umberto XII, era molto ricco e potente: possedeva anche un esercito, formato da uomini forti e ben addestrati, ai quali spesso dava man forte, perché era un guerriero provetto. Possedeva sotto il suo dominio diversi territori, anche le risaie circostanti e tutti i castelli vicini erano di sua proprietà. La maggior parte di quei castelli però, era stata distrutta nelle numerose guerre. Umberto aveva circa quarant’anni e aveva due figlie gemelle, Sara e Sanne; avevano entrambe i capelli color miele con delle ciocche rosse, gli occhi verdi e le guance rosee. Riguardo al carattere però, erano più che diverse: Sanne aveva un carattere indipendente, ribelle, coraggioso, mentre Sara era timida, paurosa, fragile e ingenua. Sua moglie era morta di parto ed egli era solo con le figlie. Il padre voleva far diventare le figlie come lui, ricche, potenti e senza pietà. Dato che le speranze di riuscire nel suo intento erano ridotte a zero, rimpiangeva sempre il figlio maschio che non aveva mai avuto, che avrebbe educato a suo modo. La sera stessa, poco prima del tramonto, Umberto chiamò Sara. Quando arrivò, il padre la portò sulla gran terrazza. Sara si sporse un poco per osservare il lento incedere del sole che stava scomparendo dietro il profilo delle colline, ma come tutte le volte che guardava in basso, le vennero le vertigini. Lei però continuò a sporgersi, perché il paesaggio era affascinante: il Po rifletteva il profilo dell’enorme sfera rossa che rendeva le sue acque di mille colori, rosa, viola, gialle, arancioni…, le colline creavano lunghi coni d’ombra sui campi, le spighe di riso mandavano bagliori dorati, nelle lontane risaie e l’intero paesaggio era avvolto da un’atmosfera calda e confortante, che riscaldò il cuore di Sara. Dovette richiamarla un paio di volte per farsi sentire e cominciò a parlare: «Devo dirti una cosa importante. Dopo pranzo mi sono sentito male e il medico mi ha visitato. Mi ha detto che sono malato e che mi restano pochi giorni di vita». La notizia si sparse in poche ore e ben presto lo venne a sapere anche il popolo, che gioì al pensiero di non dover più pagare tasse troppo alte o di non essere più fatto prigioniero solo perché non avevano i soldi per pagare. A quei tempi, il denaro era piuttosto scarso, anche perché gli unici lavori disponibili erano fare il contadino o la contadina guadagnando pochi soldi, oppure, per le persone più ricche, era possibile dirigere una bottega o fare il mercante. Prima, la maggior parte delle persone svolgeva l’attività di pescatore, perché il Po era una preziosissima fonte di ricchezza, ma ora il fiume si era inaridito e il suo livello troppo basso rendeva impossibile la pesca. Tra la popolazione vi erano anche i ladri e i saccheggiatori, ma il re a loro riservava la pena di morte, quindi anche questa “specie di mestiere” era difficile. In paese, c’era anche più di una famiglia che possedeva un vigneto, degli animali e un piccolo orto, in modo che nel mese di maggio, cioè il mese nel quale si faceva la festa del paese, potesse allestire una piccola bancarella con del buon vino fatto in casa, dei salami ricavati dagli animali, degli ortaggi e qualche oggetto usato che non era più utile alla famiglia, come tazzine di porcellana, gioielli, quadri di poco valore… e magari si riusciva anche a guadagnare qualcosa. Purtroppo, con gli anni il signore della Rocca aveva stabilito che l’incasso ricavato dalla vendita, venisse consegnato quasi interamente a lui e anche l’annuale festa del paese era stata annullata. Il popolo di Verrua Savoia era perciò ridotto a coltivare i campi, lavoro che rendeva assai poco, quindi venendo a conoscenza della vicina morte del signore, anziché dispiacersi, si rallegrò pieno di speranza per il futuro. Umberto però, pochi giorni prima di morire, espresse un desiderio: che tutte le persone nelle prigioni fossero gettate nel Po. Una leggenda locale narrava infatti che nelle acque più profonde del fiume, vivesse il fratello del diavolo: Tenak. Gli uomini non credevano a questa leggenda, ma il lui sì. L’ordine fu eseguito: alcuni soldati entrarono nella rocca e legarono i prigionieri, caricandoli su due grossi carri; poi, una volta giunti nel punto più profondo del fiume, uomini, donne, bambini e vecchi furono gettati nelle acque. Umberto morì pochi giorni dopo, lasciando la preziosa eredità alle figlie e in cuor suo soddisfatto per il suo operato. Purtroppo, le disgrazie sembrava fossero riservate a quella famiglia: un anno dopo, anche Sara si ammalò e poco tempo dopo morì, lasciando Sanne sola. Lei pianse la morte della sorella anche più di quella del padre; non mangiava, non dormiva, non parlava e di conseguenza non sentiva neanche i rumori che provenivano dai sotterranei. Solo quando spossata e priva di forze, decise di coricarsi, nel silenzio della sua camera, udì delle grida e dei lamenti provenire dalle prigioni. Scese dal letto, uscì dalla stanza, attraversò sale deserte, scese la ripida scala e facendosi coraggio aprì la pesante porta che dava alle prigioni; alla vista di quello spettacolo, si gelò: corpi trasparenti che galleggiavano nell’aria, volti senza sguardo e occhi vuoti che la fissavano. Tra tutti, riconobbe quello di sua sorella: stessi capelli ricci e fluenti, stesso viso tondo, soltanto il sorriso raggiante di un tempo mancava totalmente. Si avvicinò e cercò di abbracciare la sorella, ma le mani trapassarono il suo corpo, come fosse fatta di fumo. Allora provò a parlarle, a chiederle come stava e perché era lì insieme alle altre anime. Lei le rispose molto lentamente, con una voce roca e acuta al tempo stesso: «Siamo qui perché queste anime, una volta gettate nel fiume, fecero un patto con Tenak, il fratello del diavolo: lui avrebbe dato loro il potere di entrare nei sogni del re, tormentandolo e loro, in cambio, avrebbero dato la loro anima. Se il re fosse morto però, come è stato, loro avrebbero dovuto lavorare per il diavolo.». «Perché anche tu sei prigioniera?», le domandò Sanne. «Perché secondo il patto, tutte le anime che verranno dopo di loro saranno condannate alla schiavitù» spiegò Sara. Fu allora che si fece avanti l’anima di un’anziana signora: «Per liberarci devi parlare con Tenak… al fiume Po… nel punto più profondo…», disse con fatica alla ragazza sempre più spaesata, la quale salutò la sorella, promettendole che l’avrebbe liberata. Poi uscì dai sotterranei. L’alba colorava tutto di rosa, l’aria era fresca e pulita e all’orizzonte si riuscivano persino a vedere i profili delle montagne. Le acque del Po mandavano riflessi viola qua e là, rendendo il paesaggio ancora più bello. Ormai Sanne era lontana e da quel punto di vista la rocca appariva ancora più grande e imponente. Dopo aver attraversato campi, colline, risaie e paesi, giunse nel punto in cui l’acqua del Po era più profonda. Aspettò per molto tempo, finché si aprì una voragine nell’acqua: da essa emerse una figura spigolosa e nera. Aveva piccoli occhi rossi e malvagi, mento e naso appuntiti, un ghigno stampato sul volto. Accovacciata sulla spalla destra aveva una splendida aquila dalle piume nere e bianche, il becco adunco e appuntito e gli stessi piccoli occhietti rossi del suo padrone. L’uccello lanciò un grido acuto e Tenak, con voce tuonante, chiese: «Perché vieni qui? Per liberare i miei prigionieri, immagino.» Lei annuì e chiese al fratello del diavolo come poteva riuscirci. Lui le rispose con la stessa voce tuonante di prima: «Se vuoi liberare le anime dovrai prima liberare me, perché io sono prigioniero di mio fratello, il diavolo». «Come farò a liberarti?», chiese allora. «La leggenda che parla di me lo dice e se ancora non la conosci, chiedi al popolo di Verrua Savoia, il paese sotto la tua fortezza. Come guida ti lascio la mia aquila. Ora va e fa quel che devi», concluse Tenak. La ragazza fu costretta ad andarsene, perché la voragine era sparita e con lei anche Tenak. Come unica compagna aveva l’aquila nera e bianca. Prese a camminare verso il paese e in breve ci arrivò. Le casette in pietra e legno erano molto sobrie e si ammassavano l’una sull’altra; visto che era sabato, quindi giorno di mercato, tutta la piccola piazzetta era invasa da bancarelle disposte a semicerchio, ciascuna con prodotti diversi: c’era la bancarella della frutta, quella delle stoffe e dei vestiti, quella dei salumi e dei formaggi, quella degli oggetti usati, quella dei quadri, quella del vino… e tutti i bambini del paese erano corsi al centro del semicerchio e cantavano, suonando e ballando. Sanne cominciò a chiedere indicazioni sulla leggenda; ma la maggior parte delle persone le rispondeva che era solo una storiella inventata per spaventare i bambini. Alla fine però, incontrò un vecchio che l’ascoltò con attenzione. Gli spiegò la situazione e lui le narrò la leggenda accennando a un certo amuleto: «Tenak è prigioniero di suo fratello e per liberarlo serve un amuleto magico, nel quale, secondo la leggenda, tutti gli dei hanno rinchiuso una piccola parte dei loro poteri. Questo amuleto è in realtà un piccolo ciondolo, sul quale è stato inciso lo stemma di Verrua Savoia. Per trovarlo, devi raggiungere il cuore del paese, andando alla chiesa» concluse allontanandosi. Sanne raggiunse così la piccola chiesa. Entrò e trovò un frate che stava pregando. Era robusto, aveva un lungo saio marrone stretta da una cintura di cuoio, i capelli rasati e al collo un ciondolino con lo stemma di Verrua. Si alzò subito, salutandola e chiedendole che cosa desiderasse. « Vorrei sapere se lei conosce la leggenda di Tenak» domandò Sanne. «Oh, certo che la conosco. Ma non è necessario saperla, almeno che tu non abbia un motivo specifico» rispose il frate. Sanne gli raccontò tutta la storia. Allora il frate si guardò il collo: «Se stai parlano di questo ciondolo, te lo darò volentieri, anche se me l’ha regalato mio nonno.» disse togliendosi l’amuleto. La ragazza lo prese delicatamente fra le mani, ringraziandolo. Poi uscì da Verrua Savoia e tornò al Po, insieme all’aquila. Lì trovò Tenak ad attenderla. Un po’ impaurita, gli consegnò l’amuleto, e subitoTenak venne avvolto da una luce abbagliante che lo trasformò in un uomo giovane e molto bello. Egli, si rivelò essere Learco, il figlio di un re che era stato rapito dal diavolo, costringendolo non solo ad assumere sembianze orribili, ma anche ad avere un carattere altrettanto orribile e a vivere nel fiume. Ora Sanne l’aveva liberato dal maleficio e, con lui, erano salve tutte le anime dei prigionieri e della sorella che ritornò in vita. Sanne si innamorò subito di Learco e Learco si innamorò subito di lei; in breve i due si sposarono, divennero i nuovi padroni della rocca e regnarono su tutto il territorio di Verrua Savoia con giustizia e rettitudine.
Il mulino incantato di Erika Simoncello – classe I C – VINCITRICE!!!!
Circa cinquant’anni fa in un paese chiamato Crescentino, in provincia di Vercelli, c’era un mulino incantato. Il mulino era fatto di legno lucido, sorgeva vicino all’entrata nord di Crescentino. Davanti ad esso c’era un bellissimo viale alberato; le foglie degli alberi in primavera e in estate brillavano; in autunno con quel poco sole che c’era, le foglie che cadevano brillavano comunque, con quei fantastici colori: il marrone, il rosso, il giallo, l’arancione; mentre in inverno gli alberi erano spogli, spogli della loro vita; l’atmosfera era triste, ma il mulino non smetteva di brillare. Il mulino era così chiamato perché ogni mattina, al sorgere del Sole, si illuminava di scintille colorate che sembravano provenire dal fondale della roggia. La roggia si chiamava (e tuttora si chiama) “Camera”. In estate l’acqua si alzava e le scintille erano sempre più colorate. Nella Camera si pescava; si potevano trovare: trote, lucci, carpe e tinche. I contadini tutte le mattine, quando andavano a lavorare nelle risaie sulla strada delle Grange, si fermavano giusto quei cinque minuti per ammirare quelle meravigliose scintille dai colori dell’arcobaleno. Molte persone erano curiose di scoprire qual era la fonte dalla quale provenivano quei giochi di luce; tant’è che alcune di loro si calarono in fondo al letto della roggia, senza poi tornare in superficie. Un giorno due persone che pescavano rane, stavano tirando la canna da pesca fuori dall’acqua, ma non ci riuscirono, perché si era impigliata; continuarono a tirare, poi la canna fece un balzo e attaccato all’amo videro un oggetto. Lo presero e all’improvviso si aprì da solo: era un carillon; esso disse di chiamarsi il “Carillon dai cinque desideri”: il desiderio della luce, quello della stella Polare, quello dei profumi, quello dell’arcobaleno e infine il desiderio delle farfalle. Inoltre annunciò ai due signori che per poter esprimere i cinque desideri dovevano superare alcune prove di coraggio e, che una volta ottenuta la possibilità di esprimerli, dovevano essere espressi a favore di tutti gli uomini. Ritornati a casa, i pescatori si vollero tenere il segreto tutto per loro. Il giorno successivo arrivò in fretta ed era ora di sostenere la prima prova. Questa consisteva nel passare un ponte di legno tutto sgretolato. Passò il primo pescatore e poi il secondo. Era ora di esprimere il primo desiderio e i pescatori dissero di voler diventare ricchi. Loro non sapevano però, che il carillon voleva mettere alla prova l’uomo; infatti, aveva preso in ostaggio le persone che si erano calate nella roggia e che mai più erano ritornate in superficie. Il carillon voleva che i due pescatori esprimessero il desiderio di voler liberare quelle persone, ma evidentemente loro erano troppo egoisti, perché pensavano solo a se stessi. Poi dovettero superare la seconda prova, ossia nuotare in un ruscello senza aver timore di cadere giù nella cascata. Anche questa prova fu superata e il desiderio dei due uomini fu quello di avere una villa con la piscina (a quei tempi non se la poteva permettere nessuno!). Mancavano tre prove e anche quelle furono superate; allora, i pescatori espressero ancora tre desideri: quello di avere un cane per i loro figli; quello di mantenersi in salute e l’ultimo fu quello di andarsene in vacanza. Il carillon deluso dall’egoismo degli uomini decise di punirli: fece restare quegli uomini nella roggia privi dei loro beni e senza vedere le loro famiglie. Il carillon, tornato nella roggia del “mulino incantato”, ogni tanto si faceva ripescare, sperando di trovare uomini giusti e onesti. Si dice che ancor oggi venga ritrovato, ma nonostante i desideri espressi, i prigionieri non abbiano mai fatto ritorno. L’incantesimo del mulino invece, rimase soltanto una leggenda e, da allora, nessuno lo vide più splendere di quei colori caldi e luminosi che gli avi ben ricordavano.
Il setaccio di Alessia Boscarato – classe I C
Nel 1950, Oretta e Ottavio, provenienti da famiglie contadine, si sposarono e andarono a vivere in un piccolo paesino del vercellese, in una cascina molto grande e divennero proprietari di un enorme terreno coltivabile. Distese risaie circondavano la cascina, dove Ottavio coltivava il grano e, quando maturava, lo raccoglieva. Egli era un uomo responsabile soprattutto nel lavoro e nella conduzione familiare. Anche Oretta era una donna laboriosa, furba e sicura di sé; era la compagna ideale di Ottavio. In una bella giornata d’estate inoltrata, Ottavio si svegliò prima del sorgere del sole. Si vestì, fece colazione molto velocemente e si avviò verso i campi. Lo attendeva una giornata dura, ma molto importante: il grano era maturato e Ottavio doveva raccoglierlo. Così prese la falce e tagliò il grano indorato. Egli amava molto le stagioni calde: la primavera, quando il grano è di un verde carico, acceso, quasi un segno di speranza e di energia e il cielo è azzurro, le nubi vaporose e delicate; e amava ancora di più l’estate quando terminava la raccolta e, posando la falce, si voltava a osservare il mondo intorno a sé: le fascine di grano a terra e il sole che lentamente incominciava a scaldare, facendo brillare tutto. Bisogna sapere che i chicchi di grano non sono immediatamente commestibili per l’uomo: essi sono avvolti da glume e glumelle, ossia piccole foglie coriacee e indigeribili, che sulla pianta hanno la funzione di proteggere dal vento e dagli insetti. Così Ottavio, con molta pazienza, prese il suo sgabellino di legno e tolse queste bucce dal chicco, chiamate lolla, cosicché il grano diventò integrale. Dalla fatica, piccole gocce di sudore scendevano lentamente dal suo viso. Quando ebbe finito, fiero del suo lavoro, si girò, dirigendosi verso casa. Avvicinandosi alla cascina, l’aria odorava di un profumo delizioso che scoprì provenire dalla cucina: la moglie lo aspettava con un bel piatto di minestra e fagioli, pietanza che egli amava moltissimo. Mangiarono insieme, poi Ottavio ritornò nei campi a lavorare; cominciò a tracciare un solco rotondo con la pala, poi prese la carriola e trasportò, a poco a poco, il grano mettendolo sul terreno che egli aveva disegnato. Dopodiché, prese i cavalli nella stalla e li portò dove aveva appoggiato il grano; li fece camminare per qualche ora sopra il raccolto, cosicché si potesse sbriciolare. Dopo qualche ora, prese i cavalli, ormai esausti, e li riportò nella stalla. Aspettò poi l’arrivo del vento. Questo non tardò ad arrivare, muovendo le fronde dei pioppi. Allora Ottavio prese il setaccio con il grano e il fieno, li lanciò in aria e divise il grano dal fieno e continuò finché sul terreno rimase soltanto la nuda terra. I contadini tenevano la paglia per nutrire i cavalli e i muli, mentre il grano veniva portato al mulino, dove veniva macinato. Diventava farina e veniva usato per fare la pasta e il pane. Quando ebbe terminato, ritirò il tutto e accese la sua pipa, voltandosi a osservare il mondo intorno a sé: vide in lontananza le colline, le estese risaie ormai spoglie, la terra nuda e il sole che lentamente moriva dietro le colline.
Il mio paese di Matteo Falabino – classe III C
Abito a Crescentino, un paese del vercellese e, come tanti di questa provincia, la sua economia dipende esclusivamente dalle coltivazioni di riso e dalla piccola industria. Proprio le coltivazioni di riso danno un tocco di particolare interesse al territorio, scandendo il trascorrere delle stagioni. A partire dall’autunno, da ottobre a novembre, terminati tutti i raccolti, gli agricoltori iniziano ad arare la terra con i trattori e gli aratri, prima che sopraggiunga il gelo e renda il terreno troppo duro. Durante il periodo invernale tutto si ferma, nelle campagne è molto tranquillo ed è bellissimo quando nevica, anche se ormai accade raramente: i campi diventano delle immense distese bianche, gli argini spariscono, i fossi sono completamente ghiacciati e sembrano piste da pattinaggio. Poi, pian piano, la neve inizia a sciogliersi, le giornate si allungano e si riscaldano, gli agricoltori riprendono a lavorare il terreno, a concimarlo e a dissodarlo. Tra marzo e aprile, quando arriva la primavera, i campi vengono allagati e sembrano immensi specchi d’acqua. Secondo me questo è il momento più bello, perché le colline che sovrastano il paese ai piedi del Po si specchiano nelle risaie e si possono notare, ancor più da vicino, tutti i cambiamenti della vegetazione, dalle foglie che spuntano, alla fioritura completa; a volte pare di percepirne persino i profumi, ed è in questo periodo che avviene la semina. Verso maggio, iniziano a spuntare le prime piantine di riso, le risaie vengono prosciugate e “contaminate” di diserbanti, che servono per non far soffocare le piantine dalle erbacce e inoltre, in questo modo, il riso cresce più rigoglioso. Purtroppo l’odore nell’aria spesso è irrespirabile. Ancor oggi, anche se sempre più raramente, nel periodo che va da giugno a luglio, si può vedere qualche mondina. Negli anni Cinquanta, arrivavano da tutta Italia a lavorare nelle risaie; i proprietari delle cascine offrivano lavoro dalla primavera, periodo della monda, fino all’autunno, tempo di raccolto. Il lavoro delle mondine consiste tuttora nel prendere il riso nelle zone dove è cresciuto in eccesso e trapiantarlo nei punti dove le piante sono rare o mancano totalmente e anche sradicare le erbacce cresciute insieme alle piantine, affinché queste non vengano soffocate. Al giorno d’oggi questo lavoro non è quasi più indispensabile, perché grazie ad apparecchiature molto sofisticate, quali concimi e diserbanti molto potenti, si è contribuito ad alleviare la fatica. La conseguenza negativa però è che, in questo modo, è aumentato di molto l’inquinamento ambientale! Molto caratteristico è il paesaggio quando arriva giugno: il riso è cresciuto e sta per spuntare la spiga, io ed i miei amici, dato che siamo in vacanza, facciamo spesso lunghe passeggiate in bicicletta. C’è solo un “piccolissimo particolare”, ma molto fastidioso, che rende le nostre zone poco piacevoli, si chiama “zanzara”! All’imbrunire, quando inizia a fare meno caldo, questi fastidiosissimi insetti iniziano a pungere (un vero tormento!), facendo passare la voglia di muoversi da casa. Luglio e agosto è un periodo critico, la spiga è spuntata, ma a volte può capitare che violenti temporali compromettano il raccolto, dato che la pianta rimane più pesante si può coricare e la spiga non riesce a maturare e si rovina, oppure, peggio ancora, a causa della grandine. A settembre le risaie sono ormai distese d’oro e, dopo la metà del mese gli agricoltori iniziano con la mietitura: è un continuo via vai di mietitrebbie e trattori. Gli agricoltori lavorano spesso fino a tardi, perché bastano anche pochi giorni di pioggia per compromettere l’intero raccolto e la fatica di un anno. Infatti verso il mese di ottobre, il riso è tutto raccolto e gli essiccatoi ne sono colmi: il prodotto viene essiccato; da lì poi, verrà accumulato nei magazzini, per essere successivamente venduto, lavorato e confezionato per noi clienti e consumatori.
Giacomino e Salapepe di Stefania Zagami – classe III C
Tanto tempo fa, le risaie non erano inquinate da diserbanti e concimi chimici come oggi; erano popolate invece da tantissimi animali, c’erano molte specie di uccelli e pesci, rane e animali acquatici; erano dunque un piccolo paradiso. Proprio qui viveva un bambino di nome Giacomino; il poveretto era nato con un piedino storto e doveva camminare con le stampelle, ma questa non era la sua sola sfortuna, poiché era anche rimasto senza genitori, gli rimaneva solo una nonna molto vecchia e malata e un piccolo cagnolino meticcio di nome Salepepe, dal pelo un po’ bianco e un po’ grigio. Giacomino abitava in una piccola stanzetta, che si trovava in un castello in mezzo alle risaie. Nonostante avesse solo nove anni, lavorava come sbucciapatate nelle cucine. Giacomino, anche se così sfortunato, era sempre allegro, perché aveva un piccolo segreto: tutti i giorni, dopo il lavoro in cucina, se ne andava con Salepepe alla grande roggia che scorreva vicino al castello e qui si trasformava e diventava un esperto nuotatore; si muoveva come un pesce, era a suo agio in acqua e quel piedino storto non gli dava più fastidio. Salepepe lo seguiva e insieme si divertivano tantissimo, andavano sott’acqua, giocavano con i pesci, le alghe e le piccole folaghe, seguivano mamma anatra e i suoi piccoli; lì Giacomino si sentiva un principe ed era felice, si dimenticava di tutti i dispetti e le cattiverie che gli altri bambini gli facevano e della fatica del camminare. Alla sera, stanco ma sereno, ritornava al castello e al lavoro in cucina. Dopo la cena, che consisteva in un piatto di zuppa e un pezzo di pane, andava a trovare la sua nonnina: questo gli costava molta fatica, perché, per arrivare da lei, doveva salire ben cento scalini, ma lo sforzo era sempre ripagato dalle buone parole e dalle coccole della nonna. Con lei infatti, si confidava, le raccontava le sue avventure e i suoi dispiaceri e alla fine se ne tornava nella sua cameretta vicino alla cucina e si addormentava soddisfatto, abbracciato a Salepepe. Sognava molto Giacomino e i suoi sogni erano popolati da tutti gli animali della risaia: carpe, tinche, rane e salamandre, aironi, gazzette e gallinelle d’acqua, nitticore, ibis bianchi e rossi; sognava soprattutto di avere delle gambe muscolose e potenti per correre sui prati e poter prendere in braccio la sua povera nonna e portarla in quel paradiso.
Lina di Mauro Daniel De Angelis – classe I C
C’era una volta un bambino che era molto attento e curioso. Viveva in un piccolo paese circondato dalle colline del Monferrato. Queste sembravano enormi persone in pietra. A quel tempo pioveva tanto e queste diventarono coperte di cespugli verdi. Tutti i pomeriggi questo bambino andava a giocare in mezzo ai cespugli con sua sorella, che portava con sé un cagnolino di nome Lina. Lina tutte le volte si perdeva nei cespugli. Una volta egli si svegliò sentendo piangere sua sorella e le chiese: «Perché piangi?», lei rispose, con la faccina triste, che non c’era più Lina; disse anche che forse era andata a giocare nei cespugli e si era persa. Allora lui la confortò, dicendo che l’avrebbe ritrovata e riportata a casa. Il giorno seguente cominciò a investigare, uscì, vide delle impronte che lo conducevano alla collina Del Piano; poi, a un certo punto, le impronte scomparvero. Proseguì e trovò il collare di Lina, girò e ad un certo punto trovò un burrone e capì che la cagnetta non avrebbe potuto andare più lontano di così. Si guardò intorno e sentì abbaiare, si avvicinò al burrone e trovo Lina che gli saltò addosso, leccandogli la faccia. Tornarono a casa e questa fu una grande sorpresa per la sorellina, che si mise a piangere e abbracciò la sua Lina.
Un atto di solidarietà di Maddalena Albanese – classe I C
Nell’anno 1957, in una cascina sulla strada delle Grange, viveva una famiglia composta da Paolo e Agostina e dai figli Mario, Alberto e Sergio. Questi avevano alcune galline, alcune mucche, due maiali, cinque cani e tre gatti. Avendo anche un campo coltivato a verdure e uno tenuto a frutteti, non si potevano lamentare di non aver di che mangiare. Una parte del raccolto andavano a venderla ai loro vicini e a un mercatino, spostandosi con un carro costruito da Paolo e dai suoi figli. Con i soldi ricavati, potevano così mandare i loro figli a scuola e dare cibo al bestiame; inoltre, poiché avevano un carattere buono, donavano alle persone che non se lo potevano permettere della frutta e della verdura, anche un po’ di latte e di carne. Mario, Alberto e Sergio avevano tre amici di nome Luigi, Alessandro e Marco, anche loro compagni di classe. Con loro, un giorno, ebbero l’idea di comprare un cavallo che battezzarono Gigi. Gigi permise a tutti di muoversi con un carro e quindi più velocemente e diventò anche la mascotte della loro squadra di calcio. Paolo intanto, lavorando, ricavò un bel gruzzolo di soldi e ci comprò della legna, con la quale costruì diversi utensili e oggetti che poi vendette al mercato. Fu allora che gli balenò l’idea di organizzare una raccolta di soldi per le persone povere, facendo un altro mercato e coinvolgendo, questa volta, tutta la cittadinanza. Venne raccolta una considerevole somma e i poveri ringraziarono infinitamente i partecipanti. Intanto il tempo passò velocemente e i figli di Paolo e Agostina crebbero, si aprirono un negozio di frutta e verdura ma non tralasciarono di sentirsi “mercanti ambulanti”. Gigi e diversi loro animali sono ormai morti, mentre i più giovani ci sono ancora.
I colori della campagna di Federica Vitale – classe III C
In estate, nel mese di giugno, quando il sole batte con i suoi raggi sugli alberi, sui fiori che danno colore alla campagna vercellese, ai lati della strada, per andare verso Crescentino, si vedono immense distese d’acqua, utilizzata per la semina del riso. Lì piccoli ciuffi d’erba di colore verde chiaro sembrano creare una grande piscina prima e un prato da golf poco dopo. I coltivatori del riso lo seminano già sotto l’acqua. La sera ci sono luci che riflettono su queste grandi distese che, mentre passa il tempo, variano di colore e di forma: a luglio sono caratterizzate da pianticelle verdi esili che crescono a poco a poco, tendendo verso l’alto, in agosto diventano spighe dorate, che i contadini, con le varie macchine agricole, raccolgono nel mese di settembre. Queste spighe vengono poi trasformate, ripulite e confezionante per essere spedite alle varie ditte. Durante il periodo di novembre i campi scompaiono, avvolti dalla nebbia e al mattino si vedono la terra brulla e i filari coperti di brina; i colori che predominano sono il grigio e il marrone. A dicembre scende la neve e tutto si tinge di bianco.
Disegnare a Fontanetto Po di Alessia Grotto – classe III C
In un paesino di nome Fontanetto Po, all’ora di pranzo, tutti i ragazzi corrono a casa e, dopo pranzo, si ritrovano in una piazzetta vicino al parcogiochi, ma quel pomeriggio io e mia sorella dovevamo fare i compiti e così non siamo uscite, ma dopo i compiti siamo andate dalla nonna che, per farci divertire, ci portò in un luogo nascosto, dove lei da piccola andava a giocare e ci raccontò tutta la sua storia. Ci disse: «Ero una bambina e mi piaceva molto venire qua, soprattutto in primavera, a guardare le risaie piene d’acqua: mi sembravano un grande mare a quadretti». Poi la nonna si ricordò di una cosa e senza dirci niente ci mostrò una vecchia scatola, la aprì e dentro c’erano delle vecchie fotografie, tutte in bianco e nero, alcune persino un po’ sbiadite dal tempo. La nonna ci disse che erano stati impressi i suoi amici e che poi, col passar degli anni, se ne erano andati da Fontanetto Po, in cerca di fortuna. Poi continuò la sua storia: «In primavera, ma soprattutto in estate, si riunivano tutti qua per giocare; io venivo qui, anche per disegnare e disegnavo spesso le risaie. In primavera i campi di riso mi sembravano un immenso prato». Nella scatola c’erano altre fotografie e dei fogli ripiegati; la nonna prese il foglio e ci mostrò il disegno un po’ sbiadito delle risaie; mentre sorrideva, mia sorella Sara disse: «Nonna, ma voi vi divertivate di più prima!» e lei rispose: «Io mi divertivo con poco, perché c’era poco; questa era la mia “tana”, il mio rifugio, un luogo speciale che non so descrivervi… ma ora andiamo che si è fatto tardi». Dopo qualche tempo, sono tornata ancora in quel luogo, questa volta da sola: era autunno, ho trovato le risaie dorate, come quelle disegnate dalla mia nonna…
Intervista ai nonni di Girelli Martina – classe I C
Sabato sera i miei genitori mi hanno lasciato dormire a casa dei nonni. In televisione non c’era nessun programma interessante da vedere e così abbiamo deciso di giocare un po’ a carte. Poco dopo ho chiesto loro di raccontarmi qualche storia. La nonna ci ha pensato un momento e poi ha cominciato a raccontare che cosa facevano lei e il nonno quando erano giovani. «Tutte le mattina, al cantar del gallo, ci alzavamo, perché dovevamo andare a portare gli animali al pascolo. Per prima cosa accendevamo la stufa con la legna raccolta nei boschi e poi facevamo colazione». Che cosa mangiavate nonna? «Mangiavamo polenta e latte fresco di mucca, appena munto dal nonno. Poi andavamo in campagna. Il nonno con la falcetta tagliava il riso e poi, con un trattore “piccolo” arava la terra, mentre d’inverno lavorava solo nella stalla». Nonna, è vero che la stalla rappresentava il vostro luogo di ritrovo, il vostro “bar”? «Certo! Soprattutto in inverno. Noi donne generalmente lavoravamo a maglia: facevamo maglioni, calzini, scialli di lana… Mentre gli uomini aggiustavano gli attrezzi da lavoro e tagliavano la legna». A quel punto, intervenne il nonno e incominciò a descrivere la loro vecchia abitazione, calda e accogliente. Il piano superiore era composto dalla cucina, dalla sala, dallo sgabuzzino. Il piano superiore era composto dalle camere da letto e dal fienile. All’esterno dell’abitazione si trovava il gabinetto, perché certamente non lo si poteva definire bagno, essendo un bugigattolo stretto stretto. Ad un certo punto la nonna si fece un po’ triste in viso e continuò: «Un giorno ci capitò una disgrazia: morirono tutte le bestie e così dovemmo lasciare la campagna e trasferirci in città, per cercare un nuovo impiego per sopravvivere. Siamo riusciti a trovare lavoro in fabbrica e così abbiamo iniziato un altro stile di vita».
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